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Femmicidio, uomini abituati a odiare le donne

Man's clenched fist opposite woman's hand holding heart

Mi sa che almeno una volta nella vita ci passiamo di mezzo (quasi) tutte. Un fidanzato un po’ troppo “geloso” (per non dire possessivo), un marito che ti controlla le mail, quello a cui piace fare le piazzate in mezzo alla strada, l’ex che ti telefona mille volte per sapere dove sei, il mezzo sconosciuto che ha deciso di farti le poste sotto casa. Per arrivare, magari, alla spinta, a tenerti per i capelli, a gridarti “troia” davanti a un sacco di gente. E per cosa poi? Il completo nulla. Non dico che poi si diventa automaticamente vittime o carnefici. Dico che sono atteggiamenti che fanno schifo. Che rivelano poco rispetto e poca capacità di accettare l’altro, o semplicemente trattenersi, e che dovrebbero bastare a dire “ok, basta, io un uomo così, vicino, non lo voglio” (ma neanche una donna, neanche nessuno può permettersi di controllarmi, farmi sentire a disagio, insultarmi). Sparisco (e non adotto mezze misure). Ed è l’unica soluzione possibile: liberarsi.

533741_10151221431105963_337180694_nLungo la loro vita ci sono molte donne che infatti, per rimanere negli stereotipi, iniziano con “l’uomo stronzo” e finiscono per “accasarsi” con “il ragazzo perbene” (salvo poi rimpiangere per sempre lo stronzo, ma questa è un’altra malignità). Semplicemente a un certo punto capiscono com’è l’andazzo – educate a essere gentili, disponibili e fedeli, in cerca del principe azzurro che sia anche l’uomo forte che le guiderà… una volta conosciuto lo rifiutano per semplice amor proprio, perché quest’uomo – in realtà egoista e insicuro – è completamente scollato dalle aspettative, intende solo imporsi nelle loro vite.

Meccanismo che ovviamente lavora anche dall’altra parte, con maschi alla tendenziale ricerca di donne tranquille e remissive, perché anche loro educati su una serie di stereotipi sterili: essere forti e al comando, non mostrare debolezze, non piangere, non chiedere aiuto, nascondere i sentimenti e ignorare il dolore, saper aggiustare tutto, ammirare i potenti, ma solo se uomini come loro… e soprattutto, voi maschi, avete qualcosa in più rispetto alle donne. Siete superiori.

L’incontro tra questi finti stereotipi e la disattesa aderenza ad essi è proprio ciò che può scatenare incomprensioni, se non tragedie.

FEMMINICIDIO_750x450px2“Il termine femminicidio (o femmicidio)” è fastidioso, ma per molti necessario perché indica quel tipo di delitto in cui “la donna viene uccisa in quanto donna: ricorrente da anni a livello internazionale per descrivere fenomeni di violenza che interessano molti paesi latini – emblematici i casi del Messico (Ciudad Juarez), della Colombia, della Spagna – e anche altri paesi occidentali, sebbene siamo soliti attribuire ai soli paesi arabi e africani, e a ragioni tribali e religiose, il triste primato”, si legge dal blog Donne di Fatto (Quotidiano). Dunque il femmicidio dovrebbe rientrare tra i crimini d’odio (sebbene tutti lo siano, alla fine!) e cioè violenze perpetrate nei confronti di persone discriminate in base all’appartenenza a un gruppo sociale (etnico, religioso, di orientamento sessuale, d’identità di genere…) oppure bisognerebbe piuttosto focalizzarsi meglio su un altro aspetto? E cioè quello della relazione (e della violenza domestica).

I dati sul femmicidio sono spesso discordanti: “sebbene dal 2011 il comitato della Cedaw (la Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, che l’Italia ha sottoscritto) abbia richiesto all’Italia di strutturare un metodo per raccoglierli, il nostro paese è indietro e una raccolta ufficiale ancora non esiste”.

anarkikka_femminicidioPerfino sul 2016 c’è chi parla già di un centinaio di vittime, chi di meno. Il dato più attendibile sembra quello fornito da Eures (Istituto Ricerche Economiche e Sociali): 55 le donne uccise in Italia nei primi cinque mesi del 2016. Nel 2015 furono 128. Sono cifre enormi, che rivelano quanto questi “uomini che odiano le donne” non siano i mostri che talvolta vengono dipinti, ma “vicini di casa”, gente “normale” che vedi ogni giorno (che magari, giusto ogni tanto, fa la battuta sessista). Secondo il rapporto Il costo di essere donna – Indagine sul femminicidio in Italia, elaborato dalle volontarie della Casa delle donne a uccidere sono soprattutto ex compagni (nel 23% dei casi), mariti (22%), compagni o conviventi (9%) e figli (11%). Il che va a comprovare che probabilmente la chiave è la relazione che si instaura tra due persone, piuttosto che il genere (non si tratta di attentati, bombe piazzate per far fuori gli sciiti, i figli non uccidono madri o padri in quanto femmine o maschi, ma probabilmente perché qualcosa nella relazione tra loro – o tra stereotipi sull’autorità – è andato seriamente storto). Si uccide chi si ama o si è amato, nell’incapacità di accettare la separazione e la libertà dell’altro. “Non c’entra niente né l’amore né la gelosia: la legge che lo consentiva non esiste più, ma esiste ancora la cultura che stava dietro a quella legge”, il delitto d’onore consentito dal codice penale in Italia fino al 1981, assieme al matrimonio riparatore (dello stupro). “Per quanto un uomo sia disperato perché la ragazza l’ha lasciato, quando quella disperazione diventa giustificazione per un delitto si tratta di un orrendo atto di egoismo: mia o di nessun altro”, scrive Abbatto i Muri.

Il problema sta per chi non vede questo “scarto” tra donne e uomini, chi non sente questa inuguaglianza (che non è differenza), chi lo ritiene giusto, chi si sente effettivamente inferiore come le hanno insegnato, o qualsiasi altra motivazione intrinseca esista, che blocca e non fa scappare in tempo da una relazione distruttiva. C’è sempre un tempo: per questo si tratta di relazioni e non di omicidi lampo (sennò parleremmo di serial killer). Donne talmente “adattate” alla cultura del padrone che stentano a trovare in sé stesse ancora un briciolo di amor proprio. Accettano tutto, fino a che, in casi estremi, si lasciano uccidere. Qui non si tratta di giustificare le violenze, solo dire che chi frequentiamo comporta una scelta di responsabilità nei nostri confronti. Come i bulli o i secchioni a scuola, come non consiglieresti mai i primi ai tuoi figli, allo stesso modo frequentare una persona che si dimostra tranquilla, paziente e liberale, oppure un’altra che in ogni occasione fa domande inquisitorie, diventa pesante su qualsiasi sottigliezza o espressione del viso, cerca di imporre la propria volontà senza contropartita… è ben diverso. Guidare riposati e sereni oppure stanchi morti e ubriachi: l’asticella del pericolo si alza per forza. Poi sta solo alla fortuna, ma intanto il destino è sfuggito dalle mani da un po’.

25-novembre-266x193Le donne sono arrivate al punto che pensano di meritarsi relazioni malsane? Pensano ancora che la loro vita sia inferiore? Pensano che un uomo volitivo sia eccitante? (È difficile allontanarsi anche da certe abitudini emotive oltre che educative). Senza stupidi tentativi femministi di “rieducazione del maschio”, le donne piuttosto dovrebbero pensarsi sempre più come “agenti” di sé stesse, di quello che preferiscono davvero, come se vivessero sole, senza maschi e senza società. La gentilezza e la disponibilità con chi non lo merita è solo energia vitale sprecata. Ci sono uomini che senza ammazzare, sono in grado di risucchiare la vita delle loro compagne (e viceversa) mentre quello che si dovrebbe perseguire è la compartecipazione della coppia: non è scritto da nessuna parte che uno dei due debba stare sopra l’altro. Come non accettereste mai un atteggiamento sbagliato da uno sconosciuto, uno straniero, a maggior ragione, non accettatelo nemmeno dai vostri compagni.

(aL Rinaldi e GaB Santoro)

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