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La protesta di Blu a Bologna. Che succede alla Street Art?

MessaggioDiBLU12Marzo2016La settimana scorsa Blu ha cancellato i suoi graffiti lungo le strade di Bologna. A Febbraio, nella stessa città, Alice Pasquini, in arte ALiCé, è stata condannata per imbrattamento con una multa di 800 euro. E nelle sale del Palazzo Pepoli oggi parte la mostra Street Art- Bansky e Co. L’arte allo stato urbano della Genus Bononiae, costo dell’esposizione 13 euro.

Segni contrastanti che dialogano tra di loro. La protesta è rivolta alla Genus Bononiae che ha staccato pezzi di muro con opere di Blu per portarli in mostra. “Abbiamo cercato di contattarlo in tutti i modi, ha anche dato appuntamento ai curatori e poi non si è presentato” risponde Fabio Roversi Monaco, l’uomo che viene accusato a chiare lettere nel comunicato scritto dal gruppo letterario Wu Ming in accordo con Blu da sempre in silenzio stampa.

Fabio Roversi Monaco, il 'mandante' del prelievo dei muri con le opere di Blu

Fabio Roversi Monaco, il ‘mandante’ del prelievo dei muri con le opere di Blu

Chi è Fabio Roversi Monaco? Wu Ming Fondation scrive: “Fabio Roversi Monaco, già membro della loggia massonica Zamboni-De Rolandis, magnifico rettore dell’università dal 1985 al 2000, ex-presidente di Bologna Fiere e di Fondazione Carisbo, tuttora alla guida di Banca Imi, Accademia di Belle Arti e Genus Bononiae-Musei della Città”. Un personaggio che mira dritto ai suoi scopi e che alle spalle ha ombre di illegalità non risolte, ricordiamo la denuncia di Alberto Agazzani riguardo il restauro dell’aula magna dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna nel 2006, conferito irregolarmente con procedimento “su invito” alla ditta della figlia Camilla Roversi-Monaco. Puzza anche l’assegnazione, negli anni 2008 2009 e 2011, dell’ ufficio stampa per il progetto Design Center alla ditta di proprietà dell’ex moglie Gabriella Castelli. Alberto Agazzani contesta, inoltre, la regolarità della nomina di Roversi Monaco alla Presidenza stessa dell’Accademia. (leggi qui le lettere di denuncia al Ministero di A Agazzani 1 – 2 in pdf)

Alice Pasquini, in arte ALicé

Alice Pasquini, in arte ALicé

Dalla libertà delle strade all’elitarismo dei musei La street art nata negli anni 70-80 si è evoluta nel tempo, artisti sempre più raffinati ne hanno fatto loro strumento. La cosa non poteva che piacere e il fenomeno si è espanso anche a pagamento, sono molti i quartieri – da Roma a Catania – dove piccoli commercianti commissionano opere per le loro saracinesche. I Comuni, dagli anni 90 in poi, hanno incentivato il fenomeno ‘graffiti’ con giornate dedicate e opere commissionate. Poi – fisiologico?- l’arrivo dei Musei e le/gli street artist sono entrati nel mercato dell’arte. Con opere da museo: tele, sculture, disegni…. ma con la mostra della Genus Bononiae si apre un nuovo capitolo.

Un salto di ‘qualità’ adesso si staccano i muri. Il caso Genus Bononiae si è distinto per aver letteralmente staccato pezzi di muro. “Non è occorsa una lira e non è stato nemmeno difficile, perché bastava chiedere: ai proprietari degli edifici non gliene fregava niente, sono pezzi di muro spesso a 7-8 metri di altezza. Abbiamo pagato solo le spese per allestire un piccolo cantiere” spiega Fabio Roversi Monaco in un’intervista a L’Espresso. L’artista non da’ risposta. Invece di escludere la sua partecipazione, si agisce in maniera coatta.

Davide Tinelli in arte Atomo

Davide Tinelli in arte Atomo, foto di Olivia Gozzano

“Quando decido di andare in galleria non faccio i lavori che faccio sui muri. Perché il muro è quel punto, quello scorcio, quel quartiere, quel luogo. Ci lavoro in una certa maniera. Se devo andare in galleria o in un museo, penso a un’altra cosa. Ragiono diversamente rispetto a quello che faccio con un muro”. spiega Davide Tinelli in arte Atomo in un’intervista per Lettera43. “Banksy è andato in Palestina e ha disegnato sul muro di separazione israeliano disegni e stencil provocatori e di protesta, contro quella che per lui è una forma di apartheid. ‘Buchi’ e scorci che permettono di vedere oltre, al di là del muro. Immaginiamo che un’istituzione voglia salvaguardare le sue opere, perché altrimenti passa l’esercito israeliano e le cancella. Quelle opere devono stare lì, su quel muro. E se non ci stanno più perché qualcuno le cancella, amen.”

E’ una storia stereotipata e triste. Arriva il mercante, o più genericamente il Mercato e sotto il falso sigillo di un alto ideale -in questo caso la ‘conservazione’?- toglie alla gente e alla città ciò che gli appartiene, uno strato d’identità. La bellezza è un dono e ogni produzione artistica ha un suo veicolo, il valore dell’opera non si può scindere dal suo veicolo perché parte integrante del suo messaggio. Michelangelo sceglieva la pietra perché sentiva che nella pietra l’opera era già pulsante, Magritte preferiva la pittura perché nell’unione di disegno e colore vedeva la sinergia di un sentiero spirituale. Un graffito è una strada che si narra, un muro che si trasforma, una città che si racconta. E’ legato alla sua parete quando nasce, quando viene rovinato da tag, manifesti, terremoti e grandine, quando invecchia e, infine, quando ‘muore’. Ha una sua vita: una vita urbana.

Consigliamo la lettura di @zeropregi La Street Art è un contenitore vuoto su Il Manifesto del 13 Marzo 2016

(18 Marzo 2016)

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