//
stai leggendo...
Religions, Status, Uncategorized

Charles Manson, fascino e banalità del male

Charles Manson

Charles Manson e il male, una sovrapposizione, un’identificazione che ha riguardato pochi altri in maniera così forte – se si escludono capi politici o militari. Perché attorno a Manson si è costruita una mitologia, perché gli omicidi a cui Manson è collegato non sono come tutti gli altri. Perché Manson incarna allo stesso tempo il fascino e la banalità del male.

Statisticamente Manson verrebbe dopo molti altri, in un’ipotetica classifica di criminali efferati. Ad esempio dopo Eric Harris e Dylan Klebold, i cui nomi dicono poco perché è rimasta più famosa la loro azione, il massacro alla Columbine High School. Sicuramente dopo Timothy McVeigh, autore dell’attentato più grave sul suolo statunitense, superato solo dall’attacco alle Torri Gemelle – però portato avanti da un’organizzazione multimilionaria. Ma Manson ha creato un personaggio, con una schiera di seguaci. E ha colpito vittime illustri, stesso motivo per cui anche Mark David Chapman e Lee Harvey Oswald sono tristemente noti.

Fuori dal carcere nel 1967, Manson riunì un gruppo di ragazzi altrettanto disagiati, soprattutto giovani donne, e dopo un lungo girovagare scelse il conveniente Spahn Ranch, in California, come base per la sua setta. Zero affitto, con l’impegno di gestire il posto.

Nella comune si seguivano alcuni dettami hippie, come sesso libero e psichedelia, ma bisognava anche guadagnarsi da vivere e spesso le ragazze erano costrette a prostituirsi. Altrimenti si facevano furti e rapine, chiamate con il nome “creepy crawling”, letteralmente “strisciare in modo inquietante”, nelle case di malcapitati. Coi proventi si comprava altra droga e si cercava di finanziare la produzione del disco di Manson, il cui sogno era sfondare come cantante.

Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Leslie Van Houten, membri de “La Famiglia”, la setta guidata da Charles Manson

Musica e cultura hippie non sono ingredienti che possano formare un serial killer, o comunque un mandante. Ovviamente ha pesato molto di più la sua prima vita, tra furti e rapine, nel forgiarne il carattere violento e sociopatico. Ma anche carismatico. Pace, amore e odio per i ricchi e i neri. Il movimento hippie è stato anticapitalista, ma non ha predicato violenza di nessun genere. Qui stava il particolare sincretismo di Manson, guru spirituale, leader della setta che fu chiamata “The Family”, “La Famiglia”. Abile manipolatore della mente degli adepti grazie anche all’uso di droghe sintetiche, Manson sosteneva di essere la reincarnazione di Cristo e di Satana. Predicava uguaglianza, ma di fatto reggeva gerarchicamente la comune.

Un po’ come Hitler, respinto dall’Accademia delle Belle Arti, Manson subiva il fallimento dell’ingresso nell’industria discografica. Sognava di arrivare al successo dei contemporanei Beatles, grazie all’aiuto dell’amico Dennis Wilson, batterista dei Beach Boys, conosciuto dopo che questi aveva dato un passaggio a due ragazze della “Famiglia”. Amicizia che non però durò a lungo, visto che i Beach Boys nel 1969 pubblicarono Never learn not to love, versione modificata in testo e musica di Cease to exist, di Charles Manson.

Sharon Tate, la vittima più illustre di Charles Manson, attrice e moglie di Roman Polanski

Ma era un altro il brano che influenzava Manson nelle sue visioni e decisioni, quell’Helter Skelter degli invidiati Beatles. Letteralmente le montagne russe del luna park, ma interpretato da Manson come un presagio di sconvolgimenti sociali. Sarebbe toccato a lui portarli avanti, prima che lo facessero i neri, innescando una guerra razziale.

Poi c’è la banalità del male, la serie di omicidi dell’agosto 1969, mascherata dietro l’ideologia anticapitalista dell’helter skelter e con l’obiettivo di incastrare le temute Pantere Nere attraverso una terminologia accostabile a loro, come “morte ai porci” e “ascesa”, scritte col sangue sulle scene del crimine.

Banalità, perché non c’era nessun piano di redistribuzione, per quanto cruenta, nessuna forma di ideologia con solide basi teoriche. Solo invidia per la ricchezza e casualità delle vittime, anche se si è addirittura ritenuto che potesse essere stato il film Rosemary’s Baby di Roman Polanski a “dirigere” la furia di Manson contro Sharon Tate, moglie del regista. La lista di bersagli futuri includeva anche Frank Sinatra, Tom Jones e Liz Taylor, per fare qualche nome, ma sempre con un’accidentalità di fondo nella scelta delle potenziali vittime tra la miriade di stelle del cinema o della musica. Così come non c’era un motivo dietro le morti di Leno LaBianca e la moglie Rosemary o del maestro di musica Gary Hinman, prima di loro.

La cronaca è fin troppo nota, quello che colpisce di più sono le contraddizioni e il significato che Manson ha assunto nella società contemporanea e degli anni a seguire. Un hippie gerarchico, una persona con una certa spiritualità ma violenta e feroce, ambientalista (fondatore del movimento Atwa, air, trees, water, animals) ma razzista. Carismatico ma, in fondo, sconclusionato.

Al processo e nei suoi anni in carcere Manson continuava a professare totale innocenza e a paragonarsi al Cristo, per le ingiurie e il trattamento subito. Si presentò in aula prima con una “X” sulla fronte, segno di riconoscimento, poi trasformata in svastica. Non tanto per adesione al nazismo, quanto per simboleggiare il “marchio del rifiuto, antiecclesiastico, segno del diavolo e della croce che cade, morte, terrore, paura”, le sue stesse parole non molto coerenti.

Charles Manson in un episodio natalizio di South Park. Redentosi, modifica la svastica sulla fronte in una faccina sorridente

Manson ha ispirato molta letteratura e filmografia. Oltre alle varie pellicole sulla sua storia, è stato citato in innumerevoli canzoni, film e cartoni animati: dai Nine Inch Nails a I Griffin, da Neil Young a South Park. Soprattutto il suo nome è stato usato dal cantante Marilyn Manson, che ha sintetizzato il bello (Marilyn Monroe) e il brutto degli Stati Uniti. Nel 2012 fu pubblicata su internet una lettera di Charles a Marilyn, ma dal contenuto criptico, incomprensibile. Che lascia pochi dubbi su uno stato mentale confuso e precario del Manson cattivo.

Più che icona del male, come universalmente riconosciuto, forse Charles Manson va ricordato con la definizione che si diede in un’intervista dal carcere, anticipata da espressioni clownesche, che fa pendere il piatto di una bilancia immaginaria più verso la banalità che sul fascino attribuitogli. “Non sono nessuno. Sono un barbone, un vagabondo, un girovago. Sono un carro merci e una caraffa di vino. E un rasoio affilato… se ti avvicini troppo a me”.

Advertisements

Discussion

No comments yet.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Seguici su Twitter!

LIVING AN ARTISTIC STAY IN ROMA…

eSPoSiZioNi, un soggiorno artistico

Roma, Lazio, Italia

L'appartamento si trova in un palazzo del XIX secolo restaurato, lungo una delle vie più eleganti e moderne della città, con il quartiere più antico, Rione Monti, giusto al lato. La possibilità di ...

https://www.airbnb.it

%d bloggers like this: