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Cyberbullismo, vecchia storia nuova tecnologia (1)

Il caro vecchio Nelson dei Simpson è ormai una chimera. I bei tempi in cui il bullo era uno che ti prendeva in giro perché eri il “disadattato” della situazione. In fondo da quel bullismo si poteva ancora imparare qualcosa…

Partendo dal presupposto che non è la rete ad aver creato la frustrazione della gente, in questi anni 2000 stiamo di certo imparando che la tecnologia crea spartiacque importanti a cui è necessario abituarsi. È vero che internet ti può piazzare in un attimo sotto gli occhi di tutti, ma è anche vero che oggi gli occhi dimenticano presto quello che vedono. Perché ormai vedono troppa roba. E perché è importante acquisire un certo distacco per non uscirne pazzi. Il cyberbullismo mette alla prova i più giovani, lo stalking gli adulti. (Di solito).

Una delle domande più frequenti di oggi è ‘perché si odia online? Ma la domanda è mal posta, diceva qualcuno. Si odia online perché si odia, e online è più facile. Gli haters, così come vengono definiti, infatti non hanno età: perché “è come se la rete fosse un gigantesco lavatoio dove dare sfogo alle pulsioni più negative, che altrove verrebbero censurate: l’interlocutore non è presente, non è un individuo in carne e ossa, e quindi non ci si cura dei suoi sentimenti”. Di tutto questo ne abbiamo raccontato qui.

Il problema è che dall’altra parte ci sono quei “sentimenti”, appunto, persone che possono non tollerare questo “nuovo” bullismo.

Un esperto in materia è Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica a Milano. “Dal 1984, anno in cui gli fu regalato il primo computer, ha iniziato a frequentare gli scenari hacker nazionali e internazionali, incontrando molti esponenti e studiandone l’evoluzione. È autore del Libro digitale dei morti. Fine della vita, immortalità e oblio all’epoca di internet, appena uscito con Utet, in cui parla, per esempio, del fenomeno dei selfie coi morti.

Partiamo dal bullismo, l’odio dei ragazzini. Oggi anche in “versione cyber” (perché “social bullismo” suonava male) e versione giuridica (da qualche mese gli è stato riconosciuto lo status di “reato”).

In versione “dizionario”, già la definizione – “ostentazione di presunta capacità o abilità: banaleindisponente e rischioso modo di distinguersi, che sfocia talvolta in comportamenti aggressivi o violenti” – dice tutto sull’indifferenza che bisognerebbe nutrire nei suoi confronti. Ma se sei tu il prescelto del bullo non è facile. Non lo era prima, e adesso che c’è anche internet, sembra ancora più difficile.

Anzitutto, dobbiamo essere consapevoli che è la tecnologia a portare una serie di “vantaggi e asimmetrie”. Il bullismo è più diffuso di quello che vediamo (il 20%, la punta dell’iceberg). Inoltre prima era essenzialmente maschile, oggi è anche femminile, e non riguarda solo ragazzini, ma anche gli adulti, il che aumenta ulteriormente i numeri. C’è questa sorta di “moda del blastare” (come i giovani dicono a Roma, “deridere pubblicamente”): se qualcuno ti ha insultato lo metti alla pubblica gogna. Ma il primo che ti ha insultato di solito è un poveraccio, mentre l’odio contro odio muove milioni di persone”.

Un’altra differenza è che oggi non c’è tregua dal bullismo. “Solo pochi anni fa succedeva che suonava la campanella e potevi tirare un sospiro di sollievo fino al mattino dopo. Inoltre ciò che si verificava solitamente era la formula 1 contro 1, invece oggi, grazie a internet e i commenti che veicola, parliamo di molti contro 1”.

In tanti non denunciano per vergognamancanza fiducia e paura di ulteriore vittimizzazione”. La cosa positiva è che “un bullo può sì mettere sotto scacco un’intera classe, ma creare reti di classi può aiutare a isolarlo, ed è quello che sta succedendo in alcune scuole e sta funzionando”.

Invece di colpevolizzare internetfondamentale rimane l’esempio che viene da genitori e media.Il regalo della Comunione è spesso lo smartphone” (parliamo quindi di bambini di 7-8 anni). “Lo fanno per non discriminarlo, perché ce l’hanno tutti, ma anche perché lo possono controllare meglio. Conosco genitori che vorrebbero le microspie nei cellulari dei figli… perché, in realtà, a fini educativi sarebbe meglio un tablet o direttamente un computer!”

In Italia il 59% di chi è bersaglio di cyberbullismo ha pensato almeno una volta al suicidio, secondo l’osservatorio di Repubblica aggiornato al 2017. Per la vergogna estrema, per un singolo, stupido video o foto ormai irrecuperabili. È quello che è successo per esempio a Carolina Picchio, la prima vittima di cyberbullismo in Italia, denunciato a chiare lettere da lei stessa nel suo ultimo messaggio e nel suo diario. Una bella ragazza presa di mira da due ex gelosi che si sono messi d’accordo per rovinarla dal punto di vista sociale. E c’erano riusciti così bene, diffondendo un video estorto in modo subdolo, in tutta la città, perché purtroppo non si trattava di una grande metropoli. A Novara una “notizia” può tranquillamente raggiungere tutti gli adolescenti. Scatenando la moltiplicazione di insulti. La diffamazione in questo caso non si ferma alla rete, ma arriva ad affliggere il quotidiano. Come dichiarò il padre: “se ti insultano per strada rispondi o ti giri dall’altra parte. Ma se lo fanno tutti, in rete, come fai a difenderti?” Dovresti chiudere tutto e trasferirti. Ma non è certo una situazione facile da gestire per una ragazzina di 13 anni…

[Continua con Stalker, vecchia storia nuova tecnologia (2)]

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