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Mariam e le altre storie (già) dimenticate del Sudan

Mariam incontra il Papa

Mariam e Maya incontrano il Papa dopo la loro liberazione

Nel 2013 Mariam Ibrahim Ishag fu rinchiusa in una prigione del Sudan per il suo credo. È una delle poche storie note, con annesso lieto fine, arrivata fino in Italia. Nel Paese c’è una forte persecuzione dei cristiani, ma di tutto il resto non si sa quasi niente…

Prima della condanna di Mariam, cristiana, per apostasia, furono inviate molte lettere dalle ambasciate occidentali perché fosse ritirata l’accusa in nome della libertà di religione. Il giudice sudanese invece le diede tre giorni per abiurare, altrimenti sarebbe stata condannata all’impiccagione, e lei era anche incinta di 8 mesi (e già mamma di un altro bimbo di 20 mesi). In ogni caso le erano già state inflitte 100 frustate per adulterio (in quanto aveva sposato un uomo cristiano del Sudan del Sud) e un anno di carcere.

Probabilmente tutti questi elementi spinsero anche un’altra donna, la giornalista Antonella Napoli, ad attuare una campagna per salvarla, coinvolgendo il Governo italiano e il quotidiano Avvenire. A quel punto la sentenza venne ribaltata, la ragazza fu liberata e portata all’ambasciata americana. Maya nacque in prigione con Mariam che aveva le caviglie incatenate. Ma poi visitarono Roma e ora vivono in Usa” e la Napoli ci ha scritto un libro. È stata fortunata perché nella realtà “l’Italia ha rimandato indietro molti sudanesi…

Sono passati pochi anni, ma i tempi sono cambiati radicalmente. “Sinceramente non so se l’Italia, oggi, si impegnerebbe così tanto per una causa del genere”, sottolinea Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “L’intento principale adesso è quello di non far partire proprio i richiedenti asilo. Nel 2016 c’è stato un accordo tra le forze di polizia di Italia e Sudan, a seguito del quale ci fu il rimpatrio forzato di 40 sudanesi da Torino, violando una serie di norme internazionali. Gli 8 scampati alla deportazione” – perché di fatto questo è stato – “poi si sono rivelati totalmente idonei a richiedere il diritto di asilo”.

Zuma e al-Bashir

Il presidente del Sudafrica Jacob Zuma, recentemente contestato per questioni di corruzione, parla amabilmente con il dittatore a tutti gli effetti del Sudan Omar al-Bashir, durante il 24esimo African Union Summit del 2015… come se fosse normale.

Arriverà quindi una nuova condanna per l’Italia”, citata in giudizio quest’anno dai migranti stessi alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo: un rimpatrio collettivo, senza nemmeno passare per il Parlamento, e verso un Paese chiaramente non sicuro. Sarebbe la seconda volta che l’Italia viene condannata: la prima fu per i respingimenti in mare verso la Libia sotto il governo Berlusconi. Ma davvero non ci sono più stati?

Il ricorso vuole sottolineare l’impossibilità di fare accordi con un Paese governato da più di 20 anni da un dittatore: “Omar al-Bashir”, presidente del Sudan dal 1989!, “è un criminale internazionale” che non solo ha scatenato una guerra civile infinita, ma è l’autore di uno dei più vasti genocidi contemporanei, dopo quelli procurati dal nazismo, che ha piegato il Darfur: “secondo le stime Onu si contano 400mila vittime più 1 milione e mezzo di sfollati”, dice la Napoli.

Quello del Darfur è il conflitto più noto, che non trova una fine dal 2003, ma in Sudan ce ne sono molti altri, combattuti in nome dei diritti e le parità”, riprende Noury. “In questo Paese è completamente assente la libertà d’informazione e di certo esiste la persecuzione dei cristiani”.

Ma oggi che si è mostrato così grande “stupore” per l’utilizzo delle armi chimiche in Siria… solo “nel 2016 in Sudan l’esercito attaccò con le stesse proprio il Darfur: ci furono 250 morti documentati da immagini inconfutabili. Abbiamo chiesto all’organizzazione internazionale competente di fare ricerche, l’Opac (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) che è la stessa che le ha fatte anche in Siria, ma non c’è reale indipendenza. E il Sudan ha ovviamente smentito”.

Le piramidi di Meroe, Sudan

Un pezzo di Sudan che non si conosce. Le spettacolari piramidi di Meroe, patrimonio Unesco dal 2011. Tra l’altro il Sudan ne conta 200 contro le 138 dell’Egitto

“Così il giornalista e filmaker inglese Phil Cox l’anno scorso è voluto andare a vedere con i suoi occhi”. Da anni ormai pochissimi giornalisti osano avventurarsi nel Paese. “Entrato in modo non ufficiale, insieme a un suo vecchio amico, un giornalista darfuriano, Daoud Hari, alla fine sono stati intercettati dalle milizie, fermati a dicembre e rilasciati solo a febbraio di quest’anno”. 70 giorni di torture e “scariche elettriche e bastonate legati a un albero… sono riusciti nonostante tutto a tenere una memory card e su Channel 4 hanno fatto vedere alcune riprese. Insomma, se il Sudan non avesse nulla da nascondere aprirebbe i confini”.

Ma non c’è solo il Darfur”, sottolinea la Napoli. “Ci sono conflitti e tensioni che riguardano il Nilo Blu, l’oro blu, la spartizione delle sue acque tra Sudan ed Egitto (un accordo del 1959) che ha tentato di escludere altri sette Paesi attraversati dal fiume. C’è l’infinita guerra dei Monti Nuba: “conflitto che è stato schematizzato come una guerra tra un Nord, arabo e musulmano, e un Sud, nero e cristiano-animista”.

Anch’io feci un docufilm con Cox e un altro giornalista che poi morì in Libia. Riuscii a intervistare tante donne che avevano subito violenza perché lo stupro in Sudan è anche un’arma di guerra (nel 2006 centinaia di donne furono stuprate in poche settimane in un campo profughi). “Mi ricordo che nella trasmissione delle Iene si chiedeva a un politico cosa pensasse del Darfur… ma quello pensava al fast food! Così è nata la rete dei blog per il Darfur: Italians for Darfur. Dopo un solo anno, “dalle 4 notizie stentate che nessuno leggeva, siamo arrivati a darne 54” e di vario tipo. Un importante passo in avanti per un Paese di cui si conosce solo una storia, che è quella della guerra

Ma è già un’idea vecchia ormai. L’Occidente, che è causa attiva di quello che stanno passando oggi molti paesi africani, si sta chiudendo, attaccato com’è dall’esterno, e non è più interessato a salvare nessuno, (e comunque salvare un’unica vita non ha mai avuto senso a fronte di una guerra civile). Sarebbe necessaria la destituzione di al-Bashir o almeno ignorare completamente la sua autorità (non concedere aiuti, rappresentazioni, accordi, niente di niente), lavorando a stretto contatto con chi si ribella al governo, e favorendo la protezione di chi cerca di documentare o costruire qualcosa di buono dentro il Paese.

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