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La fantasia al portiere

Higuita, portiere del Nacional e della nazionale colombiana, si esibisce nel famoso "scorpione"

Lo “scorpione” del portiere colombiano Higuita

Solitario in uno sport di squadra, nel calcio il portiere gode di uno status tutto particolare. Ultimo baluardo difensivo, spesso rimane nell’ombra a meno che non faccia miracoli e sia un fenomeno. Molte volte è deresponsabilizzato, ad esempio dagli errori dei compagni, salvo rendersi egli stesso protagonista della famigerata “papera”. Comunque, dal bomber in giù, il fascino che i giocatori assumono allo sguardo del pubblico decresce sensibilmente, raggiungendo il livello di un grigio burocrate quando si tratta, appunto, dei portieri. Zero fantasia, il numero 1 di ogni squadra deve limitarsi a svolgere il compitino senza dover prendere iniziative personali.

Non a caso da piccoli quando si gioca al parco (con i giubbotti come pali) o al più attrezzato campetto, quasi nessuno vuole rimanere in porta e si applica la rotazione. Quando invece c’è qualcuno abbastanza anomalo da ammirare il ruolo, diventa prezioso e tutti lo vogliono in squadra, anche se non è bravissimo. L’unicità del ruolo può anche attirare, come per accade al guardiano del faro e simili. Umberto Saba ha persino dedicato dei versi al portiere, nella serie di Cinque poesie sul gioco del calcio.

Ma c’è chi il concetto di portiere lo assimila e reinterpreta, soprattutto in Sudamerica. Qualche estroso c’è stato anche in Europa, ma non ai livelli latinoamericani, probabilmente per una diversa visione che laggiù hanno del calcio, meno basato sul profitto e più sull’emozione, sulla magia, sul divertimento, sulla libertà. Nel vecchio mondo abbiamo al massimo avuto Jan Jongbloed, che negli anni ’70 anticipò di qualche decennio la capacità dei portieri di saper usare i piedi, di giocare da difensore aggiunto appena oltre i limiti della propria area, cosa che il tedesco Manuel Neuer ora interpreta meglio di chiunque altro, ma che non suona più stravagante come 40 anni fa. E sì, avremo anche avuto goleador, come i “nostri” Michelangelo Rampulla, Massimo Taibi e Marco Amelia (in coppa Uefa), ma erano lampi, barlumi nella normalità, dettati dalla disperazione di essere sotto di un gol al 90’ e abbastanza calcolati.

Jose Luis Chilavert, portiere e capitano del Paraguay, impartisce ordini ai suoi

José Luis Chilavert, portiere del Velez e del Paraguay

Il record di segnature appartiene al brasiliano Rogerio Ceni, 120 gol quasi equamente divisi fra punizioni e rigori, ma ci sono cervelli più interessanti. A partire da José Luis Chilavert, leggenda del Paraguay anni ’90-primissimi 2000. Si fece conoscere ai mondiali di Francia ’98, ma in Argentina, dove giocava, era già un mito, per il piede sopraffino e per il carattere da trascinatore, unito a un fisico più da pugile che da calciatore e ora, con l’inattività agonistica, da sollevatore di polemiche. Discreto pure fra i pali, non ha mai convinto nessuna europea a scommettere su di lui, così fuori dagli schemi. Ha chiuso la carriera come secondo nella classifica dei portieri marcatori con 62 reti e il primato ineguagliato di aver realizzato una tripletta con la maglia del Vélez, ai danni del Ferro Carril Oeste, il 28 novembre 1999.

Negli anni ’70, più precisamente ai mondiali di casa del 1978, la porta dell’Argentina sarebbe stata destinata a Hugo Gatti, detto el loco, invece a difenderla finirà Ubaldo Fillol. “Lui è affidabilità, tradizione, non si allontana mai dalla pota, aspetta che gli passi la vita davanti e sa che se la caverà”, diceva di lui Gatti. “Io sono un attaccante, molti dei gol che ho preso, lui li avrebbe evitati. Ma molti tiri che ho parato per lui sarebbero stati imprendibili. Non si sarebbe buttato. Immaginate la vita di uno che non si butta mai”, l’esplicativo Gatti-pensiero. Capelli lunghi, faccia da indio scavata e arsa dal sole, maglie colorate, sfrontatezza e grande autostima data dai tanti rigori parati, Gatti era tipo da mettersi a ramazzare l’area di rigore quando i tifosi avversari gli tirano una scopa, da sedersi sulla traversa durante una partita noiosa, da provocare un giovane Diego Armando Maradona dicendogli che non gli avrebbe mai segnato, nemmeno con una seconda venuta di Cristo, per poi prenderne quattro in quella stessa gara. Apolitico, rifiuterà di stringere la mano a Jorge Rafael Videla, presidente della Junta militare che ha preso il potere nel 1976, ma non sarà per quello che perderà i mondiali di due anni dopo, almeno a sentire lo stesso Gatti.

Hugo Gatti, portiere dell'Argentina pre-dittatura, in allenamento

Hugo Gatti, portiere acrobata dell’Argentina anni ’70

Chi invece vi partecipa, con il Perù ma argentino al 100%, è Ramón Quiroga, emulo di Gatti, sempre sopra le righe e pronto a fare scena superflua nei tuffi, per farsi notare. Fino a spaccarsi la mascella per un’uscita disperata su un attaccante lanciato a rete. Nato a Rosario, diventa peruviano per una questione burocratica, per trasferirsi al Crystal di Lima senza essere tesserato come straniero. Ai mondiali argentini si fa notare al primo girone, ma in un certo senso anche nel secondo raggruppamento. Dopo aver perso con Brasile e Polonia, il Perù è fuori dai giochi quando incontra l’Argentina, che può qualificarsi vincendo 4-0 (superando il 3-0 dei brasiliani). L’argentinissimo Quiroga ne prende 6, finendo sotto inchiesta con l’accusa di aver favorito appositamente la sua vera Nazionale. Tutto si sgonfierà, ma le ombre rimarranno.

“Mi piacerebbe giocare 15 minuti in attacco, è un vantaggio che il mio allenatore, se lo ritiene opportuno, ha tutto il diritto di sfruttare”. Queste dichiarazioni precedono la partecipazione a Usa ’94 di Jorge Campos, piccolo portiere del Messico (alto 1,68), famoso per le variopinte divise da lui stesso disegnate e per la capacità di giocare, in alcune fasi della partita, da seconda punta, di cui sicuramente ha più il fisico. 14 gol da attaccante, prima che il mister dell’epoca lo “retroceda” in porta, è il 1990. Chiuderà la carriera con 38 gol, ma nessuno in Nazionale, dove fu protagonista suo malgrado di una polemica con l’ex segretario Fifa Sepp Blatter, che gli vieta di giocare davanti e di indossare le sue sgargianti maglie. Per qualche motivo voleva snaturare e uniformare il povero Campos. Ci sarà anche riuscito, ma Campos è amato da chiunque l’abbia visto giocare, Blatter all’opposto è più odiato di Ebenezer Scrooge, che almeno impara la lezione.

Jorge Campos, portiere della nazionale messicana, salta l'avversario dell'Argentina in un'azione di gioco

Il variopinto portiere messicano Jorge Campos mentre si avventura in dribbling sugli avversari

Chi si perde i mondiali ’94 è René Higuita, colombiano di Medellín e qui sottolineare la città è importante, perché è la stessa di Pablo Escobar. Il destino dei due è incrociato, primo perché entrambi simboli di un periodo calcistico esaltante per la Colombia, secondo per l’amicizia che forse costerà cara a Higuita. Le immagini del portiere che va illegalmente in visita del Patrón in carcere insieme ad altri giocatori hanno fatto discutere. Secondo i suoi sostenitori la condanna a 7 mesi per aver fatto da mediatore in un sequestro senza avvertire la polizia deriva in buona parte da quell’episodio. Oltre ai 47 goal, Higuita ha costruito la sua fama con le scorribande fuori porta, non sempre a lieto fine. A Italia ‘90 la Colombia gioca con la rivelazione Camerun gli ottavi di finale, al 90’ è 0-0 e si va ai supplementari. Gli africani passano in vantaggio al 106’, dopo 3 minuti Higuita cerca di dribblare l’attaccante Roger Milla, che gli toglie palla e mette in rete il comodo 2-0 che indirizza inequivocabilmente la qualificazione. Nonostante l’errore pesante, tutti perdonano Higuita, sintomo della personalità e della reputazione che si è costruito. Nel 1995 l’impresa che più lo caratterizza. Amichevole con l’Inghilterra, Redknapp fa un tiro cross destinato al nulla, anzi alle braccia del portiere. Almeno così penserebbe una persona normale. Invece René va oltre, anziché parare comodamente, si tuffa con il corpo parallelo al suolo e le gambe inarcuate all’indietro a ricordare la coda dello scorpione, da cui prende il nome la mossa. Con le suole dei piedi, ben affiancati, colpisce perfettamente la palla, spazzandola via. Si dice che fosse fuorigioco, quindi il gol sarebbe stato annullato, ma non conta. Non può intaccare la folle irrazionalità, il rischio di fare una figuraccia, la bellezza tecnica del gesto, che probabilmente solo a lui poteva venire in mente. E di cui chi ha sempre preferito Ed Warner a Benji Price deve essergli grato.

Il portiere caduto alla difesa

Ultima vana, contro terra cela

La faccia, a non vedere l’amara luce.

Il compagno in ginocchio che l’induce,

con parole e con la mano, a sollevarsi,

scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

[…] Presso la rete inviolata il portiere

-l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,

con la persona vi è rimasta sola.

Umberto Saba, Cinque poesie sul gioco del calcio

V – Goal

Lo scorpione di Higuita:

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Discussione

Un pensiero su “La fantasia al portiere

  1. You are my aspiration, I have few web logs and sometimes run out from brand :). “Truth springs from argument amongst friends.” by David Hume.

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    Pubblicato da robotfx fluid | giugno 24, 2017, 3:02 am

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