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Rosa Tomei, la “serva di Trilussa” era una poeta

C’è ‘n’ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità è ‘na piccola cosa.
Trilussa, Felicità, 1939

Trilussa nella sua casa-studio

Trilussa, pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Salustri, fu un poeta, scrittore e giornalista romano, classe 1871. “La casa di Trilussa, in via Maria Adelaide 7 a Roma, era come una wunderkammer del 1700”, un vecchio atelier umbertino per pittori e scultori nella nuova zona che si stava sviluppando intorno a Piazza del Popolo. Nel tempo era riuscito a riempirla di ogni genere di “meraviglia” (quadri, mobili, fotografie, libri, animali impagliati e in terracotta, tappeti, bacheche didattiche, statue grandi e piccole, e un gran quantità di cianfrusaglie), ma oggi purtroppo non si trovano più lì, come Trilussa avrebbe voluto. L’atelier è stato smantellato e alcuni oggetti sono oggi conservati al Museo Intrastevere: la persona a cui Trilussa lasciò la cura dello studio, Rosa Tomei, non riuscì nel suo intento perché aveva contro di sé troppi stereotipi

Trilussa di grande aveva questa capacità di semplicità e chiarezza”, racconta Marcello Teodonio, docente di Letteratura romanesca a Tor Vergata. Ma anzitutto bisogna dire che “la letteratura romanesca non è da meno rispetto all’italiana. In fondo… ma chi è che parlava italiano solo 50 anni fa? Il 10% delle persone, di cui il 3% delle donne. In Italia si è sempre parlato in dialetto, e il romanesco non è vero che non c’è più, sta solo cambiando”, come sempre: per esempio “fino a Trilussa i ‘piedi’ erano ‘piedi’, solo dopo divennero le ‘fette’ (perché nel frattempo erano arrivati gli americani, che dicevano feet). Trilussa fu il primo intellettuale a vivere del suo lavoro (Belli era un impiegato, Leopardi, Pirandello, Carducci… tutti a carico dei rispettivi padri) e fu anche il primo a usare il verso libero, trovando in Mondadori un milanese che capiva la sua poesia”. Si diede perfino alla pubblicità (come l’amico D’Annunzio): basti pensare ai suoi versi su… le Pasticche der Re Sole, perché co’ quelle è certo che guarisce; ma se per caso seguita a sta’ male, è segno ch’è ‘na tosse artificiale.

In ogni caso dedicò molta della sua arte al “senso civile”: la famosa poesia antirazzista sul cane (‘sto lupetto nero: nun è de razza, è vero, ma m’è fedele e basta. Io nun faccio questioni de colore: l’azzioni bone e belle vengheno su dar core) la scrisse proprio durante il fascismo, nel 1911, quando si pensava a colonizzare il continente africano e, per giustificare il furto di libertà e le violenze, si costruiva di fatto il “razzismo” con slogan contro lo “sporco e incivile negro” vs l’europeo portatore di “civiltà”.

Trilussa scherzava su tutto tranne che sulla guerra, perché quella era sempre voluta dai grandi e subita dai deboli”. Natale de guerra scritta nel 1916, quando la Prima era appena iniziata (evento che per forza di cose ruppe anche l’amicizia con D’Annunzio), parlava di un bambinello al freddo senza legna diventata rara, e senza più nemmeno l’asinello, che serve solo a trasporta la mitraja ormai, e una Madonna che versa una lagrima amara pè chi nasce, una lagrima dorce pè chi more…

Un anno prima, nel 1915, “Trilussa andò a vivere nel famoso atelier di via Maria Adelaide”, a 44 anni, all’apice della sua fama, quando la casa era frequentata da ospiti illustri, dalla Magnani a Petrolini e lui faceva tournee anche all’estero, in Francia, Brasile, Argentina, Egitto… raccontano che bastava scrivere “Trilussa Roma” sulle lettere che queste gli arrivavano.

Era lo stesso anno in cui a Cori, in provincia di Latina, nasceva Rosaria Tomei…”, racconta Ada Scalchi dell’Associazione 8 marzo, l’inizio di quella che fu un’unione speciale tra un grande poeta e la sua misconosciuta allieva (e poeta lei stessa)…

Colpa dei pregiudizi, di cui entrambi furono vittime: lui “amatissimo in vita e disprezzato da morto”, lei descritta nelle biografie di lui come la “serva semi-analfabeta” (o al massimo la “fedele servente”) “dedita con amore non corrisposto al padrone”, e tale rimasta. Secondina Marafini, autrice del libro Rosa Tomei. La storia vera e le poesie della donna di Trilussa (2014), è la prima che ha cercato di ridarle una dignità e quel “profilo letterario” che finora nessuno le aveva mai riconosciuto.

Rosaria (Rosa è come la chiamava Trilussa) veniva dalla provincia e “andò a lavorare giovanissima nello studio del poeta”, nel 1930, a 15 anni. Il primo stereotipo che si trasforma in diceria viene da qui: “di solito le ragazze di quel tipo andavano in città per fare le serve”, ma nonostante avesse solo la licenza elementare, “lei non era una ‘stupidella di paese’ come le altre…” In realtà, era stata una zia dal padre a portarla a Roma perché facesse fortuna per le sue doti di canto e ballo, e un giorno mentre si esibiva fu notata proprio da Trilussa che decise di presentarla all’amico Petrolini. Si stabilì allora che avrebbe imparato i primi rudimenti dal poeta per poter poi recitare in teatro nel ruolo di “servetta”.  Ma “nella favolosa dimora di via Maria Adelaide, Rosa godeva di una posizione privilegiata”: conviveva con il poeta, studiava e soprattutto iniziò ad amare la poesia. Rinunciò quindi a quella carriera e quel ruolo di serva, che il destino beffardo decise poi di affibbiarle per il resto della vita.

Trilussa comprese subito il suo talento naturale”, e probabilmente nel tempo si sviluppò tra loro un rapporto anche affettivo, pur non rivelando nulla della sua vita privata, se non attraverso le metafore delle sue poesie. Come Quanno che Iddio decise de fa er fiore perché te rallegrasse un po’ er creato prima d’ognantro volle fa la rosa; prese all’arba ‘na nuvola spugnosa […] ne formò ‘na conca capricciosa. […]. Riuscì così perfetta ch’er Signore l’incoronò reggina d’ogni fiore. Scritta appena lei arrivò in casa. Rino Caputo, docente di Letteratura italiana a Tor Vergata, ricorda Boccaccio quando diceva che “per essere grandi scrittori o poeti serve una exquisita locutio e la fervor” (una qualità praticamente divina). “Trilussa avrebbe detto la tigna”, e la Tomei  divenne presto “come un faro” per lui, con quel fervore di “donna che viene dal basso”.

Solo due mesi prima di morire le dedicò “una presentazione pubblica del loro sodalizio, manifestato al momento opportuno, quando sentiva la morte avvicinarsi, e subiva pressioni sullo studio che credeva fosse l’unica eredità da poterle lasciare” (si credeva indigente, ma in realtà dopo la sua morte i suoi eredi presero molti soldi dalla Mondadori): nella poesia dal titolo Rosaria o mejo Rosa (Rosa Tomei se vanta ch’è ciociara, ma fa l’ingrese, si je torna conto…) il tono è sempre scherzoso, ma quale serva si presenta con nome e cognome?

Rosa Tomei nell’unica versione fotografica finora diffusa : da brutta e vecchia domestica di Trilussa

Trilussa fu quindi per Rosa un precettore piuttosto che un padrone: ma lo stereotipo fu rinforzato anche da un bell’equivoco dato dal loro stesso “glossario”. In casa Trilussa infatti i due si chiamavano con questi termini, serva e padrone, termini che però avevano poco di reale e molto di poetico: erano riferimenti alle commedie plautine, all’amor cortese e alla creazione poetica stessa: per Rosa “collaborare con Trilussa era servirlo con i propri versi e la propria creatività”.

Ci sono delle foto di lei, ancora inedite, in cui è vestita elegante mentre legge o fuma, (una certa somiglianza con Frida Khalo!), che mostrano chiaramente quanto non fosse affatto “la governante di Trilussa” come veniva definita alla meglio (le foto che girano su internet invece, tentano di ritrarla solo in quella funzione). In più, girava pure un’altra “feroce diceria di bruttezza e vecchiaia”, anche paradossale considerando che era molto più giovane del poeta, “incrementata per negare un qualsiasi coinvolgimento affettivo da parte del “donnaiolo” Trilussa”, dice la Marafini.

Il paradosso finale è che “di Saffo abbiamo solo 170 frammenti, di Rosa 42 poesie complete”, commenta Pietro Vitelli, scrittore e saggista, molte sono sui fiori, (d’ispirazione a Ovidio e i classici), come Er fiore de sambuco, e altre più realistiche come La canizza. Eppure tutti conoscono Saffo (sarà anche per il nome maschile?) e pochissimi Rosa Tomei. Perché è stata spenta la sua voce? Forse la risposta è più semplice di quanto si pensi: “la letteratura è sempre stata avara con le donne”.

Nel 1950, 21 giorni prima di morire, Trilussa fu nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, tant’è che, con la sua solita ironia, commentò: “m’hanno nominato senatore a morte”. Il 21 dicembre dello stesso anno, è di Rosa il ricordo poetico di Trilussa, scritto tempo prima e subito pubblicato e riconosciuto dai circoli letterari: Nella sua onesta faccia contadina brilla un sorriso di letizia pieno […] sei felice, tutto in te par dice Orsù tu, mondo, invidiami, son madre!” Un ricordo di lui che nascondeva però anche “un chiaro battesimo poetico” per lei stessa, sottolinea la Marafini.

Rosa Tomei all’inaugurazione del monumento a Trilussa

Ma dopo una disputa giudiziaria durata cinque anni “nel tentativo di conservare il suo nido di vita e arte…” Rosa è costretta a lasciare la casa-studio il 12 febbraio 1955. “Formatami alla filosofia trilussiana, ho imparato a vivere giorno per giorno; per questo mi è stato possibile superare quattro anni di miseria materiale […]. Dovendo solo pensare alla lotta perché capivo che sarebbe stata lunga e cattiva, ma ero pronta ad affrontare qualsiasi umiliazione, affinché le volontà di Trilussa fossero rispettate. Ne aveva solo tre da me ben conosciute: essere riunito alla madre, salvare lo studio, istituire un premio letterario o una borsa di studio dedicata al suo nome ogni 5 anni […]. Si dice che la Tomei […] è nulla, è nessuno […] così divenni la fedele domestica di Trilussa, mentre ero entrata nello studio come coabitante […]”, scrisse in una lettera aperta pochi giorni dopo. Fu il regista Blasetti, amico di Trilussa, a salvarla, perché a fine vita era davvero indigente, oltre che da sempre malata di cuore. Un ictus la stroncò a soli 50 anni, nel 1965.

La simbiosi tra Rosa e Trilussa, riconosciuta da pochi all’epoca (quanno arrivi bussa che te apre Trilussa scriveva un’altra poeta in suo ricordo), oggi è evidente a tutti, come è evidente che anche Rosa fosse stata “uno dei personaggi più rappresentativi di Roma” come la ricordò il Messaggero. Donna innamorata che chiama chiama chiama tutt’er giorno, come Saffo che cercava rifugio in una Natura sempre benevola per chi ama e si strugge. Come la prima poesia che scrisse appena Trilussa morì: Nun lo scorda’. Mài dato appuntamento in cima a un nuvolone. Io pe’ pote’ vola’ aspetto er vento che me faccia casca’ ner sonno, così, all’improvviso. Nerrisvejamme Te vojo vede in faccia e scopri’ insieme a Te, er paradiso.

Rinunciò a tutto pur di stare con lui, diventando così l’allieva, collaboratrice, ispiratrice, conoscitrice, poeta… convivente del grande Trilussa. Tra di loro c’erano 45 anni di differenza, eppure fu “una storia d’amore durata 20 anni”.

Finché c’ebbe quer Tocco de marito nissuno s’azzardò de dije gnente […]
je dissero: zozzona, maldicente […]
ma l’occhio suo cercava assai lontano. […]
E lui je risponneva piano piano: «Nun te penti’ d’ave’ voluto bene».
Rosa Tomei, La canizza

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