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La morte del dibattito

url-1Ogni settimana o giù di lì viene coniato un nuovo termine. Non si fa in tempo a digerire la post-verità che già compaiono i “fatti alternativi” dello staff di Donald Trump – più precisamente della sua consigliera Kellyanne Conway. E come antidoto si invoca il “fact checking”, cioè banalmente la verifica (come sempre gli anglicismi “danno un tono all’ambiente”, avrebbe detto il Lebowski povero). Oltre all’elevazione delle bugie a verità opinabili, c’è un altro metodo abbastanza diffuso che innacqua il livello del dibattito: affidarlo a contendenti deboli quando non incompetenti. Succede in tutti i campi e le ragioni possono essere varie, dal voler screditare una posizione al “buttarla in caciara”, cioè avere in cambio visibilità per quello che è accaduto (risse, litigi epici) ma non certo per i contenuti.

Vi ricordate i vegani? Mesi fa non si parlava d’altro o quasi, facevano intere trasmissioni in tv, in radio, intervistando esponenti e buttandoli nell’arena contro gli “onnivori”, a colpi di aggressività reciproca. E veniva scelta gente seria per parlare di alimentazione? Ovviamente no, nessun medico, nessun nutrizionista, del resto a che serve? Ognuno può dire la sua sulla scienza! Così da una parte intervenivano l’ex concorrente del Grande Fratello convertitasi al veganesimo, quoziente intellettivo tipico da Gf, Rosita Celentano che mentre difendeva gli animali indossava scarpe di pelle e un “nazi-vegan” che si vantava di sputare nei panini al prosciutto di chi incontrava al bar.

Dall’altra parte nutrizionisti improvvisati, tradizionalisti che non concepiscono il fatto che i costumi possano cambiare e che quindi la corrida non sia più uno sport o che la religiosità si possa dimostrare anche senza mangiare agnello a Pasqua, tanto per dire. Così passa l’idea che il vegano medio sia di un certo tipo, che auspichi la tua morte, che paragoni il consumo di carne all’olocausto e che sia per forza incompatibile con la società. Perché una volta che le persone sono etichettate vengono chiuse in compartimenti stagni. L’importante è che ci sia conflitto, non unità, come fossimo divisi nelle squadre concorrenti di Ciao Darwin con Paolo Bonolis. Almeno quello è un gioco e non ha velleità superiori.

Il “noi” contro “loro” più classico resta ancora tra italiani e immigrati. Peggio che i vegani, che almeno in genere non sono musulmani! La mistificazione di certi programmi è sistematica, in una puntata di Dalla parte vostra con Maurizio Belpietro (che per quanto incredibile è un giornalista vero) il titolo di apertura diceva “sfrattati per dare casa ai profughi”. Certo, una notizia così infiammerebbe gli animi. Se fosse vera. In realtà, lo spiegava il servizio della trasmissione stessa, questa famiglia ha ricevuto lo sfratto perché il proprietario ha deciso di vendere l’immobile, a sua volta comprato da una cooperativa sociale che ha usato l’edifico come centro di accoglienza. Che è molto diverso dal far capire che un bel giorno un gruppo di richiedenti asilo abbia bussato a una porta qualunque e cacciato gli inquilini legittimi. No? Ma ormai il danno è fatto, perché il pubblico, soprattutto di certi programmi, si ferma al titolo, come quando si ascolta solo il ritornello di una canzone.

Bello Figo fa la mossa "dab" contro Alessandra Mussolini

Bello Figo fa la mossa “dab” contro Alessandra Mussolini

E chi c’era quel giorno a rappresentare migranti e rifugiati? Bello Figo, all’anagrafe Paul Yeboah, nato in Ghana ma cittadino italiano, a Parma dal 2004. Professione youtuber nonostante in giro dicano che faccia il rapper, Bello Figo ha conquistato il web con divertenti canzoni stonate e appositamente sgrammaticate (in realtà Paul parla perfettamente italiano) in cui si vanta di fare i soldi e di andare con tante ragazze bianche, in pieno stile swag. Fino a che decide di fare un pezzo in cui prende tutti gli stereotipi sui rifugiati, giusto per fare un dispetto alla Lega, intitolandolo Io non pago affitto. Nasce il caso: da destra gridano allo scandalo, credono a ogni singola parola di Bello Figo, che vive in albergo a 5 stelle, che si lamenta per il cibo (gratis), che vuole il wi-fi, che non vuole lavorare ma solo fare festa (sempre con le bianche). Non capiscono la parodia.

Da Belpietro Paul è messo contro Alessandra Mussolini, ma per quanto simpatico, Bello Figo non ha grande spessore e sì, i suoi concetti di base li esprime pure – la solidarietà ai fratelli profughi (anche se appunto, lui ormai è italiano), il fatto che comunque queste siano persone prima che migranti e che, giustamente, abbiano gli stessi bisogni di un italiano o di chiunque altro al mondo – ma una persona più preparata di Bello Figo non avrebbe faticato a far tacere la Mussolini. Esempio: lei lo accusa di essere sessista e fomentare lo stupro (assurdità), chiunque le avrebbe ricordato che il marito è stato condannato per prostituzione minorile e che lei, così attenta ai problemi delle donne, lo ha perdonato. Ah, la coerenza! Bello Figo finirà addirittura ospite da Michele Santoro e verrà minacciato dagli estremisti di destra, tanto da dover annullare concerti a Roma e in altre città ed essere per questo citato in un articolo del settimanale Internazionale

Caterina Guzzanti nel personaggio dell'attivista di Casa Pound

Caterina Guzzanti nel personaggio dell’attivista di Casa Pound

Anche il dibattito politico è messo male, molto. Sia nella terminologia (“sindaca secondo me non si dice perché suona male…”) che nei contenuti. Si va avanti per slogan, euro sì vs euro no (in ogni caso, perché?) o vi ricordate il referendum costituzionale del 4 dicembre? Sembrano anni fa, erano due mesi o poco più. “Andiamo nel futuro” contro “mandiamo a casa Renzi”. Ma anche dopo non è migliorata la situazione. Si sente solo dire “andiamo al voto” e “governo illegittimo” contro “siete telecomandati da Beppe Grillo”, sembra l’imitazione che Caterina Guzzanti faceva dell’attivista di Casa Pound, che a corto di argomenti si rifugiava regolarmente nel “e allora le Foibe?”. Che poi, piaccia o no, non si può sventolare la bandiera del governo non votato, semplicemente perché l’Italia non prevede l’elezione diretta dell’esecutivo, ma del Parlamento, che a sua volta dà la fiducia al Presidente del Consiglio, nominato dal Presidente della Repubblica dopo consultazioni.

E potremmo andare avanti con tanti altri esempi, giovani, studenti, operai licenziati, tifosi di calcio, collettivi, femministe, eccetera eccetera, interpellati non tanto per far capire la questione, per stimolare un pensiero che possa anche essere discordante ma che almeno poggi su valide basi, quanto per creare l’emozione diretta, istintiva, che odi o ami ma su cui non si ragiona. Sia mai si possa formare un’opinione indipendente.

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