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Freak show

human-freaks-bannerHurry, hurry, step right up, if you got the dime we got the show! (Che poi sarebbe il nostro “venghino signori, venghino. Se avete uno spiccio, abbiamo lo spettacolo”). Il “marketing” dei circhi iniziava con questa formula, specie se l’attrazione erano i cosiddetti freak, persone affette da malformazioni, che per quasi un secolo tra Ottocento e Novecento hanno attirato il grande pubblico soprattutto in Inghilterra e Stati Uniti. L’idea venne per primo a Phineas Taylor Barnum, dell’omonimo storico circo, chiuso recentemente. Il trattamento dell’epoca è oggi considerato inumano e indegno, ma non è stato il peggiore nel corso dei millenni.

Nell’antichità anche popolazioni per l’epoca avanzate come greci e romani non vedevano di buon occhio la nascita di bambini con disabilità o deformità. Questi “mostri”, nel senso latino del termine, erano appunto un monstrum, un segno divino, ammonimento. Magari anche una colpa da espiare. Erano pratiche comuni l’allontanamento o direttamente la soppressione, secondo una logica ancora molto vicina al mondo animale. Se sopravvive solo il più forte (o furbo), meglio concentrarsi su chi ce la può fare. Utilitaristico, certo, ma lo pensava anche uno come Seneca, “è ragionevolezza separare gli esseri inutili dai sani, non è ira”. Solo nel III secolo d.C. l’imperatore Severo Alessandro vietò l’esposizione, equiparata all’omicidio.

L’abbandono da parte degli spartani sul monte Taigeto è invece un falso mito, dato il ritrovamento in loco solo di ossa di adulti, si presume criminali a questo punto. Ciò non cambia comunque la sostanza, Platone non includeva malformazioni nel suo utopistico governo di filosofi. Aristotele invocava una legge che permettesse di non allevare i figli nati con disabilità e un limite alla loro procreazione. Se serve a consolare, ma anche a fornire una visione un po’ meno eurocentrica, questo trattamento era diffuso anche in India. Teatro degli abbandoni, il fiume sacro Gange.

Gli Storpi, di Pieter Van Bruegel

Gli Storpi, di Pieter Van Bruegel

Il monoteismo trattava la disabilità in maniera ambivalente. L’Antico Testamento non dava molte possibilità, con frasi come “nelle generazioni future nessun uomo della tua stirpe che abbia qualche deformità potrà accostarsi ad offrire il pane del suo Dio: né il cieco, né lo zoppo, né chi abbia il viso deforme per difetto o per eccesso” e via con altre patologie, “non potrà avvicinarsi al velo, né accostarsi all’altare. Non dovrà profanare i miei luoghi santi”. Si rimaneva in ambito “mostri”, cioè punizioni divine. L’avvento del cristianesimo in senso stretto, cioè del messaggio di Cristo, introdusse pietas e caritas, non a caso nei Vangeli Gesù stava in mezzo a lebbrosi, storpi, ciechi e tutti gli altri emarginati della società.

Ma l’insegnamento cristiano non è mai stato troppo seguito dalla Chiesa. Così papa Gregorio Magno, nella seconda metà del VI secolo, affermò che “un’anima sana non troverà mai albergo in una dimora malata”. La superstizione, nel corso dei secoli, dava in ogni caso colpa alla donna. Se il neonato era disabile, era stata LEI ad avere rapporti carnali col demonio, che nemmeno in Rosemary’s Baby. Spesso era passibile di condanna a morte, mentre il “frutto del peccato” veniva esposto a pubblica gogna.

Il Royal London Hospital a Whitechapel, Londra, dove fu curato Joseph Merrick. Credits: Io

Il Royal London Hospital a Whitechapel, Londra, dove fu curato Joseph Merrick.
Credits: Io

Ancora nel XV secolo in Europa centrale i fiumi erano solcate dalle “navi dei folli”, riempite di disabili fisici e mentali lasciati a loro stessi. Il tema era alquanto centrale se, soprattutto i pittori fiamminghi, cambiarono la soggettiva dalla ricerca del bello e dell’armonia greca alla deformità. Hieronymus Bosch, già famoso per i suoi volti malformati, è l’autore proprio della Nave dei folli (1494), Pieter Bruegel de Gli storpi (1568), giusto per fare un paio di esempi. È periodo di studi medici e anatomici più approfonditi – tipo Lezione di anatomia del dottor Tulp (1632) di Rembrandt Harmenszoon van Rijn – e di grandi epidemie come la peste. Ma se da una parte si dà dignità scientifica alle disabilità, dall’altra le corti si riempiono di nani, diletto di sovrani e nobili. Del resto anche il programma tv Jackass, che ha nel cast Wee Man, sostiene che “tutto è più divertente se a fare un numero sono dei nani”.

Sviluppo maggiore della medicina si ha con l’illuminismo e con le scoperte in settori come la chimica, ma oltre alle cure comincia la fase dei “fenomeni da baraccone”, un altro tipo di esposizione (diversa dall’abbandono), con spettacoli quali quello dei gemelli siamesi Lazzaro e Giovanbattista Colloredo o quello del talentuoso mago e musicista tedesco Matthias Buchinger, nato senza mani e senza gambe, sempre in viaggio tra le famiglie reali del nord Europa.

Nell’Ottocento le esibizioni diventano popolari grazie, come anticipato, a Barnum. I freak show annoveravano persone affette da malattie rare ma anche semplicemente obesi o magrissimi, tatuati o “piercingati”. Dagli Stati Uniti all’Inghilterra, il pubblico accorreva in massa, soprattutto per Joseph “John” Merrick, più noto come Elephant Man – tuttavia affetto da sindrome di Proteo e non da elefantiasi o da tumori come creduto inizialmente. Raccontato da David Lynch, Elephant Man non è l’unico film di genere. Precedente, di molto, è Freaks, prodotto nel 1932 con la regia di Tod Browning. Il cast è composto da reali “freaks” che ancora all’epoca popolavano i circhi. Di diritto nella Storia del Cinema la scena dell’iniziazione della bella Cleopatra nell’esclusivo gruppo.

L'iniziazione in Freaks

L’iniziazione in Freaks

Parentesi nazista a parte, con gli abominevoli esperimenti di genetica perpetrati dal dr. Mengele & colleghi su disabili mentali e fisici, oltre che sui gemelli, l’epoca contemporanea ha (parzialmente) sostituito i freak show con numerosi spettacoli tv. È vero, lo studio di certi casi divenuti anche famosi mira a soprattutto a perfezionare l’integrazione nella società e a far superare quanti più ostacoli possibili, in particolare dal punto di vista medico, ma nello spettatore si genera sempre quel miscuglio di sensazioni che ci porta indietro di duecento anni. Morbosa curiosità, shock iniziale, un po’ di empatia, la sollevazione per non avere, in fondo, troppo sofferenze.

Tanto in 5 minuti è tutto dimenticato.

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