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Airport ’17

L'aeroporto Galeao di Rio de Janeiro, luogo o non luogo?

L’aeroporto Galeao di Rio de Janeiro, luogo o non luogo?

Pochi giorni fa due eventi diametralmente opposti si sono tenuti nello stesso luogo, o meglio nella stessa tipologia di luogo. Mentre a Roma sbarcavano richiedenti asilo siriani giunti all’aeroporto di Fiumicino grazie al corridoio umanitario recentemente aperto con il Libano, negli aeroporti statunitensi venivano bloccate e respinte le vittime del cosiddetto “muslim ban” voluto da Donald Trump, la sospensione dei visti per i provenienti da sette Paesi “rischiosi”, Siria, Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen. Ancora, gli stessi aeroporti americani sono stati teatro di manifestazioni messe in piedi dagli oppositori alle chiusure del neopresidente. Insomma, tutte situazioni dalla forte connotazione politica.

Nel 1992 Marc Augé, antropologo francese, includeva gli aeroporti fra i “non luoghi” nell’omonimo saggio Non luoghi: introduzione a un’antropologia della surmodernità. L’assioma di Augé raggruppa tutti quegli spazi che per la propria destinazione d’uso sono impersonali, di transito, incapaci di far sviluppare rapporti duratori. Aeroporti appunto, ma anche autostrade, centri commerciali, campi sportivi, alberghi, perfino i campi profughi. Effettivamente trovarsi in un aeroporto o in un altro non è che faccia differenza, non è come stare nella città appena lì fuori, respirarne l’atmosfera, l’architettura tipica, il cibo tradizionale, la popolazione, il clima. È un’alienazione dalla realtà, una serie di limbo diversi e uguali fra loro.

È diverso per i porti, che storicamente sono luoghi di incontro, di scambio culturale e commerciale (più o meno legale) dove ci si prendeva il proprio tempo: per fare un esempio, Cristoforo Colombo si fermò per un mese a Gran Canaria. L’aeroporto è simbolo della frenesia contemporanea, anche perché il relativo mezzo viaggia a una velocità differente da tutti gli altri. Così, pure se si incrocia gente da tutto il mondo, è raro intrattenercisi. Troppo poco tempo a disposizione e quando ce n’è – per uno scalo o per un ritardo – è un disappunto, si cerca di ammazzarlo a tutti i costi, con buona dose di noia e impazienza.

La "normalità" di Tom Hanks in The Terminal

La “normalità” di Tom Hanks in The Terminal

Ma alcune cose stanno cambiando. Forse ci stiamo abituando agli aeroporti, anche perché le compagnie low cost hanno reso i voli più accessibili e di conseguenza frequenti. Accettiamo l’aeroporto come un luogo non certo quotidiano, ma nemmeno così eccezionale. E purtroppo anche il terrorismo si è adeguato. Negli anni ’70 i dirottamenti erano all’ordine del giorno, soprattutto per la visibilità che portavano alla causa, in genere quella palestinese. Ma l’azione era sull’aereo, anche quando si tratta(va) di una bomba. I drammatici fatti di Istanbul e Bruxelles hanno segnato un diverso modus operandi e una nuova concezione. Lo Zaventem è tranquillamente una variante del Bataclan, dello stadio e del ristorante parigini colpiti circa quattro mesi prima. Luoghi di divertimento e di tempo libero, della normalità, dove colpire quando le difese sono abbassate – anche perché si presuppone all’aeroporto ci sia la sicurezza, abbastanza da rendere irreali le scene da film di innamorati che bloccano la partenza del/la partner o possibile tale con corse forsennate fra gli applausi dei presenti.

A proposito di film, The Terminal, di Steven Spielberg, mostrava il paradosso di vivere in un “non luogo”. Privato della cittadinanza da un colpo di Stato nel suo Paese, il protagonista interpretato da Tom Hanks si ritrova apolide mentre è in viaggio e rimane bloccato a tempo indeterminato nell’aeroporto di New York. Qui dorme, mangia, si lava e si rade, stringe amicizie, addirittura si innamora. Sembra preludere, insomma, al superamento del pensiero dell’aeroporto come “non luogo”. Simili i presupposti della pellicola francese Tombés du ciel, antecedente di dieci anni, ed entrambi i film sono stati ispirati dalle vicende del rifugiato iraniano Mehran Karimi Nasseri, per diciotto lunghi anni ospite del Charles De Gaulle di Parigi perché senza più documenti che ne attestassero lo status. I suoi squilibri mentali non la rendono però una storia a lieto fine.

Alain de Botton a Heathrow

Alain de Botton a Heathrow

Analoga è la storia di un cittadino cingalese, che un paio di anni fa decise di volare in Spagna, ufficialmente in vacanza ma più probabilmente con la speranza di ottenere asilo. I suoi documenti però non sono stati accettati dalla dogana e l’uomo è stato rispedito all’ultimo scalo effettuato, Casablanca. Dove è rimasto nell’area transiti oltre i 20 giorni concessi agli stranieri. Nemmeno il Marocco ha accettato la richiesta d’asilo nonostante i visibili segni delle torture e per legge l’unica possibilità rimasta è il rimpatrio.

Nel 2012 lo scrittore svizzero Alain de Botton ha deciso di trascorrere una settimana all’aeroporto di Heathrow, Londra, per sfatare il mito del “non luogo”. L’autore ha riscontrato, all’opposto di Augé, una grande vita, una caratterizzazione “umana” e perfino “sentimentale”, con la prevalenza di “ansia, attesa e desiderio”, avvertiti in maniera più forte che altrove. “I voli non sono più un’emozione, ecco perché ci attendiamo qualcosa di più dagli scali”. E contrariamente all’idea di standardizzazione, de Botton, ormai londinese di adozione, sostiene di sentire “l’odore della Svizzera quando torna all’aeroporto di Zurigo, un misto di erba fresca e disinfettante”.

Probabilmente a rimanere tra i “non luoghi” è la burocrazia (di cui sopra).

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