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Rio 2016, le Olimpiadi oltre Bolt e Phelps

Usain Bolt guarda beffardo i rivali distaccati

Husain Bolt guarda beffardo i rivali distaccati

Rio 2016 finisce negli almanacchi fra conferme, sorprese e le solite situazioni intricate che poco hanno a che vedere con lo sport. Sono state le Olimpiadi di due giganti probabilmente alla loro ultima apparizione ai Giochi: Usain Bolt, altri tre ori per il velocista giamaicano che sanciscono una superiorità iniziata a Pechino 2008, e Michael Phelps – 23 ori per il nuotatore statunitense da Sidney 2000 in poi; della solita vittoria della nazionale maschile di basket Usa, che pur lontana dagli standard del Dream Team di Barcellona 1992 ha trionfato senza incontrare troppa resistenza, nonostante le assenze di LeBron James, Stephen Curry e James Harden; della prima volta della Nazionale maschile di calcio del Brasile, nonostante la reputazione e i cinque Mondiali vinti.

Simone-Manuel

Simone Manuel

Ma sono state anche le Olimpiadi dei nomi non ancora grandi. Joseph Schooling, 21 anni da Singapore, si è tolto lo sfizio di battere nei 100 metri farfalla il suo idolo da bambino, proprio lo “squalo di Baltimora” Phelps. “Phelps mi ha detto ottimo lavoro”, ha commentato raggiante Schooling, che però difficilmente avrà altre occasioni di confronto con lui, non alle Olimpiadi almeno. E sempre nel nuoto, infranto il tabù che vuole i neri non troppo a loro agio con gli sport d’acqua. Simone Manuel è stata la prima atleta afroamericana a conquistare l’oro nei 100 stile libero. Non una clamorosa rivelazione, già nei mondiali di Barcellona 2013 e Kazan 2015 era salita sul gradino più alto del podio, ma sempre nella staffetta. Stavolta la medaglia più preziosa è arrivata da “solista”.

Ha fatto storia Kimia Alizadeh Zenoorin, diciottenne iraniana che ha vinto la prima medaglia in rosa per il Paese asiatico: bronzo nel taekwondo contro la svedese Nikita Glasnovic. Ma è stata un’altra l’immagine che più di altre è stata eretta, suo malgrado, a simbolo. Nell’estate del dibattito sul burkini e su quale possa essere un abbigliamento appropriato per la spiaggia, la partita di beach volley fra Egitto e Germania è diventata emblema dell’incontro fra culture, fra il bikini teutonico e la velatura delle nordafricane, che molto candidamente hanno dichiarato di non voler rinunciare né alla loro tradizione né al loro sport preferito.

Egitto-Germania di beach volley

Egitto-Germania di beach volley

Oro da indipendente, novità assoluta, per il tiratore del Kuwait Fehaid Al-Deehani. La sua federazione è infatti stata sospesa dal Comitato Olimpico per le ingerenze del Governo e gli atleti hanno gareggiato senza rappresentare nessuna bandiera. Cosa che in qualche circostanza avrebbe evitato tensioni. La Serbia ha vietato ai suoi atleti di salire sul podio se ci fossero stati kosovari presenti. Incidente diplomatico scongiurato, nel primo storico oro per la Repubblica di recente formazione (non riconosciuta dalla Serbia), vinto dalla judoka Majinda Kelmendi, nessun’altra ex jugoslava era premiata. Mentre è costato caro il mancato saluto del judoka egiziano Islam El Shehaby, che non ha voluto stringere la mano ma, ancor più grave, eseguire l’inchino nei confronti del collega israeliano Or Sasson: nel judo la seconda infrazione è inaccettabile e la Federazione ha rispedito a casa El Shehaby. L’episodio segue il rifiuto dei dirigenti libanesi di condividere il bus, sempre con Israele, per raggiungere lo stadio Maracanà. Più che comprensibile, ma non in una manifestazione che, come è noto, nell’antichità bloccava le guerre.

Ci sono anche storie più da spirito olimpico, come quella della statunitense Abbey D’Agostino e della neozelandese Nikki Hamblin, che nei 5000 metri di atletica hanno scelto di mettere in secondo piano la gara per aiutarsi a vicenda nelle rispettive cadute. La corsa finisce con la Hamblin che accompagna la D’Agostino zoppicante al traguardo per ricambiare il favore ricevuto poco prima, a parti invertite. Come premio le due sono state reintegrate in finale, anche se la D’Agostino, infortunata, non ce l’ha fatta a partecipare. Bel messaggio anche da David Katoatau, sollevatore pesi di Kiribati, piccolo arcipelago dell’Oceania. Al termine della sua prova si è esibito in un balletto, diventato virale, per sensibilizzare sul tema del riscaldamento globale, già che il suo Paese è minacciato dall’innalzamento del livello del mare. Serio pericolo confermato da numerosi studi delle Nazioni Unite, che propongono il trasferimento dell’intera popolazione alle Fiji. Che a proposito, grazie alla reintroduzione del rugby tra gli sport a cinque anelli dopo l’ultima apparizione nel 1924, hanno vinto il loro primo oro. Meno di un milione di abitanti nell’arcipelago, uniti dalla passione per la palla ovale, vero e proprio culto.

Majlinda Kelmendi, primo storico oro per il Kosovo

Majlinda Kelmendi, primo storico oro per il Kosovo

Tutta italiana invece la vicenda delle “cicciottelleGuendalina Sartori, Claudia Mandia e Lucilla Boari, che hanno “sfiorato il miracolo olimpico” nel tiro con l’arco – argento per le tre azzurre. Le polemiche sollevate per l’epiteto improprio sono costate il posto a Giuseppe Tassi, direttore di Qs Quotidiano Sportivo, fascicolo del Resto del Carlino. Come al solito il pubblico è stato più realista del re, visto che la madre della Mandia ha confessato che la figlia “ha riso” del titolo. Certo, focalizzarsi sul fisico delle tre minimizza gli sforzi fatti per arrivare a un così grande traguardo, riducendo tutto a una questione estetica. Con un fondo di sessismo? Forse, ma probabilmente no, perché un trattamento anche peggiore – ma almeno non dalla stampa – è stato riservato a Robel Kiros Hatbe, nuotatore etiope arrivato a Rio in evidente sovrappeso. Lo sfortunato atleta ha subito un grave incidente stradale e l’inattività forzata di mesi ha compromesso il suo stato di forma. Nonostante gli sforzi non è riuscito a perdere i 40 kg accumulati, il risultato è stato un distacco di oltre 15 secondi nei 100 metri stile libero e tanta ironia dal web. Speriamo gli vada meglio tra quattro anni o comunque in altre occasioni internazionali.

E potevano mancare gli intrighi? Ovviamente no. Alcuni nuotatori a stelle e strisce hanno detto di essere stati vittime di una (finta) rapina a mano armata. Roy Lochte, James Feigen, Gunnar Bentz e Jack Conger sono stati smascherati dalla polizia brasiliana, sia perché i loro racconti – ladri travestiti da poliziotti che hanno fermato il taxi dove i quattro viaggiavano ubriachi al ritorno da una festa – sono risultati contraddittori, sia perché i video delle telecamere di sicurezza hanno mostrato gli atleti perfettamente sobri che depositano portafogli, telefoni e altri oggetti personali negli appositi vassoi del loro albergo del villaggio olimpico. Resta da capire il perché di questa storiella. Incidente risolto con le scuse ufficiali e tutti a casa. Quasi tutti. Perché i dirigenti del Kenya hanno abbandonato a loro stessi alcuni atleti. “Ci hanno parcheggiato in una favela per quattro giorni in attesa di un volo low cost”, racconta il maratoneta Wesley Korir, mentre i vertici della Federazione erano già a Nairobi a festeggiare i sei ori, sei argenti e il bronzo conquistati. Ma giustizia è stata fatta e il Governo ha azzerato il Comitato per aver “disonorato l’orgoglio di un popolo”, ostacolando i controlli antidoping, corrompendo e lucrando sui cimeli della squadra.

Solidarietà fra Hamblin (a sinistra) e D'Agostino

Solidarietà fra D’Agostino e Hamblin

Già, perché lo sport è quello che vince, ma il lato economico ha il suo peso, differenziato da Federazione a Federazione. Il Singapore ha premiato l’oro di Schooling con un milione di dollari locali (700 mila dollari Usa). Stati Uniti che si sono limitati, anche per i 26 primi posti contro l’unico della piccola città-Stato orientale, a 25 mila dollari a testa. Secondi (potenziali) spendaccioni i malesi, che hanno messo in palio un lingotto d’oro del valore di 650 mila dollari. A seguire Taiwan (640 mila dollari), Azerbaijan (500 mila), Kazakhstan, Filippine, Thailandia (intorno ai 240 mila), India (150 mila), più o meno tanto quanto l’Italia, che a scalare retribuisce l’argento con 75 mila euro e il bronzo con 50 mila. Gli altri europei sono più parsimoniosi, la Francia elargisce 50 mila euro, la Germania 15 mila, la Gran Bretagna solo l’onore.

Come vorrebbe la più classica delle chiusure di articoli sportivi, l’appuntamento è per Tokyo 2020, anche se da noi il dibattito è tutto sulla possibile (ma al momento improbabile) candidatura di Roma per il 2024. Olimpiade che, visto il lungo periodo, potrebbe addirittura ritrovare i due grandi assenti di Rio, Oscar Pistorius (6 anni di carcere da scontare per omicidio colposo) e Alex Schwazer (8 anni di squalifica per doping recidivo). No, ok, forse era troppo crudele come finale…

おかげリオ、私たちは東京でお会いしましょう! (vatti a fidare di google translator).

La simpatia e il messaggio di David Katoatau

 

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Discussione

Un pensiero su “Rio 2016, le Olimpiadi oltre Bolt e Phelps

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    Pubblicato da m88 | dicembre 10, 2016, 9:21 am

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