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Il fascino del male

good_evil“Il male può avere forme diverse”, esordiva il trailer parodia La Febbra di Maccio Capatonda, che avrebbe fatto storia. In ogni caso sembra proprio che il lato oscuro eserciti una forte attrazione a sé, anche verso chi, razionalmente, lo combatte.

Prendiamo Roberto Saviano. Intervistato per l’apertura della recente festa dei 40 anni del quotidiano La Repubblica, ha svelato di aver iniziato a scrivere di camorra – ancora prima della pubblicazione di Gomorra – proprio perché in qualche modo sentiva il fascino di quel mondo. È così per molti, ovviamente la maggior parte si accontenta di guardare i film al cinema o in tv, solo qualcuno ne è risucchiato. Non è difficile capire i motivi: soldi e tutto quello che questi possono comprare, potere, incutere paura (mascherata da rispetto), fama, anche se solo locale. Organizzazioni con logiche gerarchiche aziendali ma con più remunerazione, meno fatica e avanzamenti di carriera più rapidi, tanto quanto la fine della vita.

Si tratta di falsi miti, difficilmente si riesce a godere a lungo delle ricchezze, l’onore e l’etica da film non esistono e la galera in realtà è preferibile alla morte, perché non taglia definitivamente fuori dagli affari e comporta un’indennità ai familiari del detenuto, proporzionata agli anni di reclusione. Saviano spiega che queste ragioni sono alla base della seconda stagione della serie Gomorra, ispirata al suo libro. Tutto è nero, tutto è negativo, non c’è possibilità di redenzione, non c’è la visione del “buono”, anzi polizia e Stato non appaiono. È solo una questione interna, fra clan.

Scarface e il lusso

Scarface e il lusso

Via l’aura romantica da Padrino, via il “non uccido donne e bambini” e il valore della parola data di Scarface, via l’epopea pseudo-socialista di Pablo Escobar, tutti tradiranno tutti. Secondo i critici non basta per ridurre i rischi di emulazione, ma sono obiezioni che lasciano il tempo che trovano. Non per fare paragoni azzardati, ma Arancia Meccanica fu censurato più o meno per le stesse motivazioni…  Eppure ammettiamolo, sarà la consapevolezza che è solo finzione, ma don Vito, Tony Montana, Carlos Brigante, Alex Delarge sono antieroi per cui un pochettino abbiamo tifato.

Stranamente si inizia a filosofeggiare di bene e male nell’antica Grecia, per Socrate esisteva un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza. Jean-Jacques Rousseau fa risalire il male alla vita sociale (tanto per cambiare): è la complessità di dover raggiungere i bisogni secondari – cioè quelli che vanno oltre bere, mangiare e riprodursi – a spingerci verso il maligno. Ma perché ne subiamo il fascino? La spiegazione dei beni materiali vale per determinate situazioni, appunto l’ingresso in associazioni criminali o più recentemente terroristiche. Il Daesh recluta sfruttando il malcontento e la voglia di riscatto degli strati più disagiati della popolazione tanto quanto mafia e camorra. Cioè promettendo soldi e potere fugaci, perché alla fine l’unico che si arricchisce e si autoalimenta è il sistema.

Charles Manson

Charles Manson

Ma il male può avere forme diverse, al di là dell’ironia di Maccio Capatonda. Il fascino della violenza fine a sé stessa, dei serial killer ad esempio, va oltre la ricompensa pratica. Non è un mistero che assassini famosi, da Charles Manson – che ha costanti riferimenti nella musica, cinematografia, addirittura nello sport o meglio nel wrestling americano – a Ted Bundy, ai “nostri” Giovanni Scattone e Pietro Maso, abbiano molti fan. Specie fra le donne, con l’inquietante fenomeno delle “serial killer groupies”, come se appunto fossero seguaci di cantanti.

Alcune teorie sul perché ciò accada, prendono spunto dalla combinazione di problemi familiari e idealizzazione dell’amore. Da una parte l’assenza di relazione emotiva con i genitori, dall’altra questo sogno di una storia romantica “medievale”, dove la donna era un essere tanto nobile (ma senza diritti base!) da trascendere i contatti fisici, impossibili con chi sta dietro le sbarre. Il triste primato spetta a Sondra London, scrittrice che ha stretto rapporti con tre serial killer – anche se con il primo, Gerard John Schaefer, stava insieme quando non si sapeva di questo suo vizietto di uccidere. Altre si sono proprio sposate con detenuti, ma succede anche il contrario, Erika De Nardo (di Erika e Omar, responsabile della morte di madre e fratellino) ha avuto i suoi bei spasimanti.

Altre volte il male si unisce alla logica del branco, come nel caso delle “bestie di Satana”, che nella tranquilla provincia lombarda uccisero la coppia Chiara e Fabio (su richiesta delle stesse vittime, desiderose di rinascere sotto forma di potenti demoni), Mariangela, ex del membro Andrea Volpe, e indussero al suicidio il “traditore” Andrea Bontade.

La "bestia di Satana" Andrea Volpe

La “bestia di Satana” Andrea Volpe

Da cosa scatta l’attrazione? Le ragioni possono essere molteplici, anche a seconda dell’età. Per un adolescente può scattare l’ammirazione della forza, della potenza, che sovrasta la normalità delle azioni, spiega la neuropsichiatra infantile Catherine Jousselme. Gli adulti possono sentire il richiamo della curiosità, dello “spirito giornalistico” a caccia di dettagli sconosciuti, come lo chiama Roland Coutanceau, psichiatra criminologo, o ancora la classica sindrome da “crocerossina”. Altri riconducono il fascino del male al nostro subconscio, che può così proiettare il lato violento fuori da sé, altrimenti non ne avrebbe modo. Come se identificarsi con chi fa cose che non avremmo il coraggio di fare (ma su cui si fantastica) fosse una valvola di sfogo tutto sommato innocua.

Alla base c’è una rappresentazione distorta del malvagio, figura complessa che sfugge alla “banalità” del bene, spesso dipinto come intelligente, brillante, sicuro di sé, magari raffinato come Hannibal Lecter (o Telespalla Bob). Forse parlare di “ometti squallidi che vivono in funzione della loro ossessione, che passano le giornate a fantasticare sulle vittime sfogliando riviste sconce, sempre con gli stessi abiti, denti marci e alito cattivo” come li descriveva il professor Emerick Boyle nel Dylan Dog n. 199 Homo homini lupus, toglierebbe appeal. Ma ne risentirebbe tutta un’industria dell’intrattenimento.

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