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Odio il cellulare

"Come ti senti quando non trovi il cellulare?"

“Come ti senti quando non trovi il cellulare?”

In un bus affollato squilla un cellulare. Un ragazzo lo tira fuori dalla tasca, disattiva la suoneria, e lo rimette a posto. Alla signora appiccicata a lui scappa un sorrisetto e con aria complice gli chiede: “non le va di rispondere eh?” E lui: “no adesso non è proprio il momento”. Lei sospira in segno di comprensione e commenta “non dico che non sia utile… ma talvolta il cellulare è proprio una bella scocciatura!”, “Già” fa lui mentre altri intorno annuiscono in silenzio.

In metropolitana, in strada, al cinema, a tavola, in bagno, a letto, e perfino in sauna… il cellulare spunta dappertutto. E se tutti ce l’hanno – sembreresti pazzo a non averlo – pochi osano ammetterlo: il cellulare è una vera maledizione.

Lo pensano (con un certo rancore) soprattutto quelli che, una vita prima del cellulare ce l’hanno avuta, e sanno com’era: conoscono ogni sfumatura della noia, la capacità di fare due conti con sé stessi, di ingegnarsi nei pensieri o di incastrarsi con interesse su un personaggio che sta passando.

Ma è talmente accettato e così poco dibattuto – poche ricerche scientifiche, ancor meno quelle sociali – che la parola è lasciata ai comici, qualche manager ribelle, alcuni blogger e poche visioni da serie tv. Pensando a Orso Bianco, il titolo di una puntata di Black Mirror, e il nome di un trasmettitore “il cui segnale ha trasformato la maggior parte della popolazione in una sorta di zombie ossessionati dall’idea di riprendere, tramite il loro telefono cellulare, tutto ciò che li circonda”.

Il trend del cellulare è sempre in crescita: secondo le proiezioni di due anni fa il 2016 avrebbe registrato 2 miliardi di consumatori di (smart)phone (su 7 miliardi di popolazione mondiale). E se lo uniamo a un 35% nel 2014 di mondo connesso a internet, ci rendiamo conto che dire “tutti lo usano” non è poi così vero. Il sociologo Manuel Castells, nel suo libro Comunicazione e potere (2014) afferma che “la disponibilità di reti mobili a banda larga può essere oggi interpretata come il riflesso tecnologico dell’evoluzione socioeconomica di un Paese; se questa tocca una punta del 72% in Nord America, essa si ferma al 7% in Africa e crolla addirittura al 4% nelle regioni più meridonali dell’Asia”.

L’Italia è da sempre considerata la nazione con più smartphone che abitanti; in effetti la penetrazione dei dispositivi mobile arriva al 158%: è un dato che ci fa primeggiare rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo: solo gli Emirati Arabi Uniti (252%) e la Russia (184%) fanno meglio di noi.

Ma c’è chi ha il coraggio di abbandonarlo?

Gli smartphone e il circolo vizioso della distrazione

Gli smartphone e il circolo vizioso della distrazione

Come argutamente notò il comico statunitense Louis C.K.: “that’s be a person, right?” (questo è essere una persona) mostrandosi seduto su una poltrona, nell’atto di guardarsi intorno, senza fare niente. “C’è bisogno di sviluppare l’abilità di essere sé stessi e basta, senza dover far per forza qualcosa”. Invece no, oggi sembra che le persone non riescano più a stare 5 minuti con le mani in mano. Appena hanno un momento di pausa (ma in realtà anche quando si stanno facendo altre duemila cose, v. il famigerato multitasking) è il momento giusto per tirare fuori il cellulare. Il distrattore del 2000 – Word si ostina a cambiarlo in distruttore. Distrattore da qualsiasi vita, per quanto noiosa o spiacevole possa essere, che sta accadendo in quel momento. Che sia anche il solito tragitto, sempre uguale, in metro, o un attimo di solitudine in macchina, dice Louie. Non che prima non ci fossero i libri o i walkman a ottemperare a questo compito, ma l’ostinazione con cui il naso è oggi puntato in basso, su un piccolo schermo, coi libri non si era mai vista! (e col walkman almeno si continuava a guardarsi in faccia).

È che il cellulare è in grado di “lenire” subito una ferita, che tutti gli esseri umani più o meno provano, per il semplice fatto di essere, ognuno, unico al mondo. E cioè la solitudine, appunto. Un senso di vuoto, the forever empty lo chiama Louie, piantato al centro dello stomaco. Ed è lì allora che compulsivamente si deve chattare con qualcuno, e qualcuno ti risponderà sempre – perché alla fine non importa chi ti risponde, basta che qualcuno lo fa… e ti accontenti anche dello “sfigato” che non esiterai a ignorare nel momento in cui ti dovesse rispondere uno che consideri meglio di lui. Ed è questo che ti fa sentire subito meglio. Magari il libro ci mette di più (magari lo devi finire) e anche la musica può portarti inizialmente più giù (per farti toccare il fondo e risalire). E soprattutto il libro e il walkman sono ancora attività solitarie. Anche il cellulare. Ma vuoi mettere come è in grado di proiettarti in altri mondi, situazioni, conversazioni?

Nessuno vuole prendersela con uno dei mezzi più rivoluzionari per tantissime aspetti della vita umana, dalle distanze alle emergenze, ma non si potrà certo pretendere che un cellulare possa colmare quel vuoto ancestrale? Quello si colma esaltando la propria individualità e l’individualità si crea attraverso gli altri, come in un gioco di specchi, si fa di sé ciò che ci è piaciuto o meno nelle altre persone. Ma se per paradosso questi altri non li vedessimo mai, preferendo sempre telefonargli o scrivergli, non registreremmo mai nessuna loro reazione a ciò che diciamo. Non sapremmo mai cosa significa insultare qualcuno, per esempio.

Ed è qui che nasce la polemica: se si abituano i bambini fin da subito a interagire con una macchina piuttosto che con altri bambini, potrebbero avere difficoltà a empatizzare con gli altri, e quindi a sviluppare la propria intelligenza emotiva, utile a formulare reazioni corrette agli stimoli continui delle persone che incontriamo poi nella realtà, e che possono essere positivi e negativi, raramente neutri. “I bambini sono ‘cattivi’ perché provano a vedere che effetto fa” dice Louie. Se un bambino scrive ‘sei grasso’ a un altro, non vede la reazione che vedrebbe se glielo dicesse in faccia. Il cosiddetto cyberbullismo forse allora si alimenta anche di questo: il fatto di non sentire nulla, perché appunto si sta interagendo con una macchina piuttosto che con una persona in carne e ossa.

Insomma, doveva essere un mezzo di comunicazione, invece è un mezzo di distrazione continua rispetto a ciò che stiamo vivendo direttamente, che procura una serie di altri cambiamenti sottili che hanno un riverbero sulla realtà – i cellulare ci rende ritardatari, ci fa dimenticare le strade e depotenzia il nostro orientamento, non ci fa ricordare nemmeno un numero o una nozione, tanto c’è Wikipedia. Sfasati, smemorati, persi? Mentre i telefoni diventano sempre più smart

Un blogger ha sperimentato su di sé due settimane senza cellulare e ha riportato di aver capito 7 cose:

1 “Pensavo che i cellulari rendessero gli appuntamenti più facili, mentre è vero il contrario. Senza un modo per far sapere all’altra persona che si è in ritardo, è più facile che le persone arrivino in orario”.

2 “’Mi dispiace tanto, non sarò in grado di farcela perché bla bla bla’, mai ricevuto un messaggio del genere 5 minuti prima dell’appuntamento? Le buche dell’ultimo minuto sono possibili solo col cellulare”.

3 “Non avere un cellulare mi permette di dare tutta la mia attenzione alla persona con cui sto in quel momento. Questo ha un grandissimo impatto sulla qualità del tempo speso”.

"Smartphones are the new cigarettes" - Non bisognerebbe dimenticare mai che nel 2011 l'OMS classificò i campi elettromagnetici prodotti dai cellulari, sulle cinque categorie previste per gli agenti cancerogeni, come gruppo 2B: possibly carcinogenic to humans. Anche se ricerche recenti spingono per passare al 2A: probably carcinogenic to humans. Dal forse al probabilmente cancerogeno per l’uomo. Allo stato attuale le ricerche hanno dato risultati controversi, nel frattempo alcune case costruttrici consigliano di limitare l'uso degli stessi e di tenerli a una distanza minima. I ricercatori tendono inoltre a sconsigliare l'utilizzo del cellulare ai bambini sotto i 12 anni dato che sembrano molto più sensibili alle radiazioni elettromagnetiche rispetto agli adulti. Insomma, nel dubbio che vada a finire come per le sigarette, dalle pubblicità al cancro… di sicuro può essere saggio non esagerare!

Smartphones are the new cigarettes” – Nel 2011 l’OMS classificò i campi elettromagnetici prodotti dai cellulari, sulle 5 categorie previste per gli agenti cancerogeni, come gruppo 2B: possibly carcinogenic to humans. Anche se ricerche recenti spingono per passare al 2A: probably carcinogenic to humans. Dal “forse” al “probabilmente” cancerogeno per l’uomo.
Allo stato attuale le ricerche hanno dato risultati controversi, nel frattempo alcune case costruttrici consigliano di limitare l’uso degli stessi e di tenerli a una distanza minima. I ricercatori tendono inoltre a sconsigliare l’utilizzo del cellulare ai bambini sotto i 12 anni dato che sembrano molto più sensibili alle radiazioni elettromagnetiche rispetto agli adulti.

4 “Non avere un cellulare mi ha fatto realizzare quanto è irrispettoso e ignorante trafficare col cellulare in compagnia. Una breve telefonata non è un problema, ma controllare e scrivere sms e email è equivalente a dire: “sei così noioso che se non ci fosse il cellulare cadrei addormentato” e “scusa ma ho l’autocontrollo di un bambino di 5 anni, devo rispondere ORA”.

5Non perdo nulla. La gente che ha bisogno di raggiungermi trova un modo. E io non ho bisogno di essere disponibile tutto il tempo”.

6 “Avere un cellulare, specialmente uno smartphone, prende tempo. Giochi, meteo, notizie, social media, email… richiedono diverse ore a settimana. E non è solo tempo che poteva essere buttato in altro modo, è tempo che si può spendere con famiglia e amici (faccia a faccia)”.

7 “Ero sempre preoccupato di perdere il mio costoso smartphone. Controllavo in continuazione la tasca per sentire se ci fosse. Ora so che non c’è. E ogni volta che me ne rendo conto provo un senso di libertà e sollievo: una cosa in meno di cui preoccuparsi”.

Insomma c’è una piccola ribellione in atto che pochi stanno notando. Ci sono liste sempre aggiornate di “celebrità” che non hanno telefono. C’è chi ammette di non averlo mai comprato nemmeno uno, c’è chi l’ha preso e l’ha abbandonato, c’è chi è passato dal vecchio nokia all’ultimo iphone per poi tornare al vecchio nokia, c’è chi ogni tanto fa “depurazione” e lo abbandona per qualche settimana, c’è chi lo usa come un fisso e lo lascia a casa. Gli approcci “creativi” sono vari e il tentativo è sempre quello di non farsi risucchiare da un apparecchio utile che rischia di distrarci da tutto ciò che è più importante, dal lavoro alle persone, e che sta accadendo ora. Inoltre, nel dubbio che vada a finire come per le sigarette – dalla pubblicità al cancro – di sicuro può essere saggio non esagerare!

In un’intervista a una bambina che non usa il cellulare come le sue amiche – Louie provoca: “solo perché i figli stupidi degli altri hanno lo smartphone, non significa che anche mia figlia dovrà essere stupida per non sentirsi diversa!” – la giornalista chiedeva: “e come comunichi con loro?”

“Quando le guardo in faccia, nel senso quando siamo nello stesso posto, comunico con loro. Al telefono non so neanche cosa dire, ho bisogno di sapere l’umore delle altre persone per poter parlare con loro senza offenderle”.

 

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