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Il dio malefico del multitasking (che non esiste)

Una visione dello stereotipo: l'uomo monotasking VS la nuova dea Kali del multitasking

Una visione dello stereotipo: l’uomo monotasking VS la nuova dea Kali del multitasking

Gira su internet una nuova ricerca che afferma che “le donne hanno bisogno di dormire più a lungo degli uomini poiché sono multitasking“, (ennesimo inglesismo entrato in voga nella società, ma coniato dall’informatica, che indica la capacità delle macchine di svolgere più funzioni contemporaneamente). Dunque le donne usano il cervello in maniera più intensa.

“E’ il risultato di una ricerca della università britannica di Loughborough”, che però ha rilevato questa necessità “anche negli uomini che prendono molte decisioni durante la giornata, perciò non è una questione legata unicamente al genere. Ma è vero che la mancanza di sonno causa nelle donne una quantità enorme di effetti collaterali: aggressività, nervosismo e pericolo di depressione”.

Insomma lo stereotipo del “saper fare più cose insieme”, una volta assegnato alle donne perché “costrette a destreggiarsi tra lavoro e famiglia”, e una volta agli uomini perché “hanno addosso tante responsabilità” (ma forse vince più quello delle donne), è tendenzialmente visto come una qualità, seppur stancante. Per cui sono anni che i due sessi si contendono il riconoscimento di chi sia il più multitasking (una delle qualità dei leader di oggi). Ora almeno sono stati entrambi riconosciuti…

…peccato che non siamo macchine, e quindi il famigerato multitasking in realtà non esiste né per le donne né per gli uomini.

Nessuno può fare due cose contemporaneamente” aveva dimostrato Nick Chater già nel 2013, professore di scienza del comportamento alla Warwick Business School, a meno che non sia un giocoliere molto allenato o che l’attività non sia “quasi automatica, come ad esempio guidare mentre si ascolta la radio”. Il Sole24ore riportava il semplice esperimento a dimostrazione che Chater aveva mostrato nella sua trasmissione in onda sulla Bbc, The Human Zoo, facendo al presentatore una domanda, mentre stavano camminando, e questo, così come molti altri sottoposti al test prima di lui, si fermò per rispondere (gli aveva chiesto quale fosse la capitale della Tanzania): “perfino quando ci sforziamo di ricordare una cosa, dobbiamo smettere di fare altro. L’energia mentale e fisica sono più connesse di quanto immaginiamo”.

multitasking versione femminile

multitasking versione femminile…

Dunque il mito stesso del multitasking si fonda sul niente: oggi “stiamo facendo i lavori di 10 persone diverse, cercando anche di tenere il passo con la nostra vita, i nostri figli e genitori, i nostri amici, le nostre carriere, i nostri hobby, e i nostri programmi televisivi preferiti”. Riuscire a far tutto, dall’esterno, può sembrare una capacità da esseri superiori, in realtà bisognerebbe cercare di evitare queste prestazioni sfiancanti, perché, non solo il multitasking umano non esiste, ma compiere quotidianamente qualcosa che cerca di avvicinarsi, ci fa anche male – ed è questo bisognerebbe dire! – sia a livello fisico che cognitivo, sia alle donne che agli uomini.

Il tipo di vita iperfrenetico e pieno di stimoli nel quale siamo immersi rende labile la nostra attenzione, figurarsi la concentrazione: così quando lavoriamo su un obiettivo fatichiamo il doppio per ottenere lo stesso risultato. Fino a non ottenerlo affatto, se cediamo alla sforzo eccessivo.

Già un anno fa, il neuroscienziato Daniel J. Levitin esaminò gli «effetti collaterali» del sovraccarico di stimoli da email, sms e social. Direttore del Laboratory for Music, Cognition and Expertise alla McGill University e autore del libro The Organized Mind: Thinking Straight in the Age of Information Overload (“La mente organizzata: restare lucidi nell’era dell’eccesso di informazione”), pubblicò un articolo sul Guardian in cui sosteneva che “quando la gente pensa di fare multitasking, in realtà sta solo passando da un compito a un altro molto rapidamente . E ogni volta che lo fa, c’è un costo cognitivo” (e metabolico). Il tipo di spostamento rapido, continuo e alternato “fa sì che il cervello bruci il glucosio ossigenato”, che è il suo combustibile necessario per esempio per la concentrazione, “così rapidamente, che ci sentiamo esausti e disorientati anche dopo breve tempo. E anche se pensiamo che stiamo facendo un sacco di cose, ironia della sorte, il multitasking ci rende palesemente meno efficienti”. Una vera e propria illusione.

multitasking versione uomo

…multitasking versione maschile…

Alimentata anche da una forma di dipendenza tutta interna al cervello: “si è visto che il multitasking aumenta la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, e di adrenalina, l’ormone del lotta o scappa, che può confondere il pensiero”, (ed ecco anche spiegato perché diventiamo tutti più o meno nervosi). Rispondere al telefono, cercare qualcosa su internet, controllare la posta, inviare un sms: appena svolta ognuna di queste azioni il cervello rilascia in risposta dopamina, quella sensazione piacevole che proviamo quando riteniamo di aver concluso un compito che dovevamo fare. Ma siamo sicuri che rispondere ai social era un compito che dovevamo fare? “Un compito del tutto sconosciuto solo 15 secondi prima”? Il cervello non è in grado di distinguere tra obiettivi e “incursioni”, e così, ogni giorno ripetutamente, va a crearsi un vero e proprio circolo vizioso di dipendenza dalla dopamina che lo porta a premiare sé stesso ogni volta che perde la concentrazione o cerca stimoli esterni”.

Il peggio è che non è necessario agire, basta il pensiero: già nel 2005 Glenn Wilson, ex docente di psicologia presso il Gresham College di Londra, sosteneva che anche il solo sapere di avere dei “messaggi” in sospeso, può essere dannoso per le prestazioni cognitive. La chiamò infomania e secondo lui ci rende meno intelligenti: “la sua ricerca scoprì che trovarsi in una situazione in cui si sta cercando di concentrarsi su un compito e si ha una e-mail non letta nella posta in arrivo, può ridurre il Quoziente Intellettivo effettivo di 10 punti”. Come termine di paragone chiamò in causa la marijuana, per affermare che le perdite cognitive del multitasking sono superiori. Anzi, scrivendo che “il cannabinolo interferisce profondamente con la nostra capacità di concentrarsi su diverse cose contemporaneamente”, sembrava quasi avvalorarla come rimedio drastico per chi volesse disintossicarsi dal multitasking!

E perché poi si fa difficoltà a ricordare? Oggi sembrano tutti così confusi e smemorati. Probabilmente avere dei supporti che ti dicono tutto quello che vuoi sapere h24 permettono al cervello di lavorare molto meno. In più, il processo di apprendimento sotto multitasking veicola le informazioni verso la parte del cervello sbagliata: “se ad esempio gli studenti studiano e guardano la TV allo stesso tempo, le informazioni acquisite dai loro compiti si indirizzano al corpo striato, una regione specializzata nella memorizzazione di nuove procedure e competenze, non di fatti e idee”, sostiene ancora Levitin. “Senza la distrazione della TV, invece, le informazioni raggiungono l’ippocampo, dove vengono organizzate e classificate in una varietà di modi, rendendo più facile recuperarle”.

C’è poi il problema delle decisioni da prendere che nel multitasking diventano ovviamente di più, e con esse più profonda l’incertezza che per natura le accompagna. Anche “il processo decisionale ha un impatto sulle risorse neurali e le piccole decisioni sembrano prendere tanta energia quanto quelle grandi”. A quel punto, a causa di un sovraccarico di decisioni non particolarmente importanti, si può innescare uno stato di impoverimento cerebrale in cui si rischia, col tempo, “di decidere male su qualcosa di importante”.

...in ogni caso il cervello va in tilt

…in ogni caso il cervello va in tilt!

Topi rinchiusi nei laboratori lo hanno dimostrato molto bene, ma bastava la lettura delle prime cronache agghiaccianti, di giocatori d’azzardo che si sono lasciati morire di fame e stanchezza, non riuscendo a staccarsi dal gioco. Per loro, come per i topi a cui era stato inserito un elettrodo, si attivava sempre un’area del cervello, il nucleo accumbens, “il centro del piacere”: “è la struttura che regola la produzione di dopamina ed è la regione che si ‘illumina’ quando i giocatori d’azzardo vincono una scommessa, i tossicodipendenti prendono la cocaina, oppure quando si ha un orgasmo”. Il piacere che, se distorto e amplificato, porta alla propria distruzione.

Insomma, il multitasking inteso come sentire di avere e dover fare tante cose in poco tempo, sembra essere solo una dannazione. Ogni compito merita la sua attenzione e la sua concentrazione, più o meno grandi. Solo le macchine hanno “la capacità di eseguire più programmi contemporaneamente: se ad esempio viene chiesto al sistema di eseguire due processi A e B, la CPU li eseguirà per qualche istante alternativamente finché non si concludono. Il passaggio da uno all’altro viene definito “cambio di contesto” (context switch)”. Per qualcuno è qui che il multitasking si può intendere in altro modo: senza frenesie e alternanze rapide, “cambiare contesto” facilmente potrebbe essere una nuova capacità per la mente, forse imprescindibile oggi come oggi, in grado di portarla oltre la fossilizzazione degli “stereotipi”e utilizzando sé stessa in modo finalmente trasversale: dal multitasking, “questa moderna costrizione dettata dai tempi, possiamo trarre una lezione filosofica positiva, ricavarne un metodo esistenziale in grado di educare il pensiero, trasformando il ritmo isterico del fare in elasticità culturale”.

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