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WeWomen: belle, sporche e cattive

WeWomen - da sinistra a destra Julie, Shantala, Minako e Sol

WeWomen – da sinistra a destra Julie, Shantala, Minako e Sol… belle, sporche e determinate

“Beh sicuramente è stato potente…”

“Io non c’ho capito molto…”

“Non so, forse sono io che non appartengo a questo genere…”

“A livello tecnico sicuramente originale…”

Sono questi i commenti che accompagnano l’uscita dall’Auditorium di Roma, dove è andato in scena WeWomen per il festival Equilibrio, uno spettacolo di danza ideato, suonato, cantato e interpretato interamente al femminile.

I commenti sono di donne di varie età.

Allora mi sono chiesta: al di là di originalità, tecnica e potenza, si può dire riuscita un’opera d’arte se, alla fine, non viene capita? (soprattutto dalle dirette interessate…)

Dalla sinossi le intenzioni dello spettacolo sembravano chiare ed enormi: la regista, la spagnola e bionda Sol Picò, mette in gioco il suo punto di vista sulla “condizione della donna” oggi, ballando insieme alla beniniana Julie Dossavi, la giapponese Minako Seki e l’indiana Shantala Shivalingappa. Donne tutte diverse, provenienti da Africa, Asia ed Europa, che insieme, ognuna con la sua fisicità e il suo particolare stile di danza, mostrano ciò che le accomuna. Una condizione di vita spesso deprimente.

Julie e Sol con la mela

Julie solleva Sol con la mela in bocca

Come potessero dei corpi interpretare da soli tutto questo sembrava già difficile. Infatti non c’è solo danza: c’è la musica dal vivo (chitarra sivigliana di Marta Robles e violino impazzito, quasi parlante, di Adele Madau, che sembra spagnola, ma è sarda), il canto (splendida voce da vero flamenco struggente di Lina Leòn), qualche dialogo o monologo (spesso incomprensibile per via della lingua o dei sottotitoli sballati), e una scenografia terrosa, da campo profughi. Un inquietante abbaiare di cani tutto intorno.

Di sicuro la vita di una donna si deprime in vari modi, più o meno grandi o gravi: senza toccare subito il fondo della violenza fisica o della lapidazione, c’è magari la depilazione (che è quasi un anagramma!) e la “prova-bikini”, per esempio, che contribuiscono a ridurre le donne sempre a corpi, ossessionati da poche funzioni: il piacere, la fedeltà, la maternità, la gentilezza, la perfezione… C’è il fatto che spesso le donne servono gli uomini, e magari mangiano da sole e per ultime, consumando i loro scarti. Del tutto normale in certi Paesi, perché questo è ciò che alla donna impone la sua naturale generosità. Almeno Shantala (le ballerine si chiamano per nome) di questo sembra esserne convinta.

Di sicuro ci sono molte simbologie femminili: la terra generatrice, appunto, nella quale si rotolano e strisciano, o le mele (del peccato), che cadono loro addosso, e che si infilano in bocca non riuscendo più a cantare, come fossero maiali farciti. Ci sono gli stereotipi: i panni stesi, quelli piegati, le scope, le nudità fitness. La sarda che parla di cucina. Poi ci sono altre realtà meno conosciute, osservate o esaltate: la possanza muscolare o le donne contro le donne, perché sono sempre loro che lanciano le pietre contro l’ombra di una donna velata. Solo un’ombra, appunto.

Durante le prove di WeWomen. Minako Teki e Julie Dossavi

WeWomen dietro le quinte – Minako Seki e Julie Dossavi

E tutto è messo uno contro l’altro, insieme, su un solo palco. L’effetto è che lo stereotipo di fatto sparisce.

Siamo soliti pensare che le donne sono belle, pulite, aggraziate (lo sono anche le ballerine) e sexy. Ecco qui ci sono donne sporche, talvolta aggressive, con dei corpi nudi che non trasmettono sesso, ma qualcos’altro di ben più animalesco.

C’è la muscolosa Julie che a un certo punto maltratta l’esile… “Minakò” le grida continuamente. Poi si pente. Le chiede perdono, da terra la solleva, la tiene in braccio, e scusandosi ancora, le lega i capelli a un filo per i panni, e la lascia lì, appesa come una marionetta, che si muove come una marionetta. Minako allora inizia a parlare come parlerebbe un’esserina priva di volontà, appunto, tutta finti sorrisi, ed è probabilmente quello che succede continuamente in tv, quando si vuole vendere chissà che – ancora terra – a chissà chi. Tutti lì a credere a una marionetta.

Forse WeWomen è uno spettacolo che lì per lì lascia un po’ perplesse e spaesate, ma a un certo punto colpisce, agendo con la potenza delle immagini. Aspetta che le simbologie che queste veicolavano, lavorino dentro ogni donna per farle capire, una volta per tutte, che il primo cambiamento per la “condizione femminile” riguarda le donne, appunto, e non gli uomini. Gli uomini non aiuteranno le precondizioni, ma se per prima la donna si considera una creatura tributata a sesso, maternità e cura domestica, e se per prima lei attacca quelle donne che cercano di uscire dai loro stereotipi che le ingabbiano, vi prego, poi non lamentatevi del maschilismo dei maschi. Il maschilismo più grave è quello delle donne.

WeWomen - Julie maltratta Minako (foto di David Ruano)

WeWomen – Julie maltratta Minako (foto di David Ruano)

Finché le donne non capiranno che il primo e vero nemico sono loro stesse, non ci sarà femminismo che tenga a liberarci da alcunché. Finché ci saranno donne che per prime disprezzano la loro libertà, comportandosi come specchi riflessi dei desideri maschili, non ci sarà alcuna rivoluzione della “condizione femminile”. Invece è bello vedere Sol danzare coi pantaloni neri sopra delle punte rosse, battendole come nacchere sul pavimento, un po’ donna, un po’ uomo, un po’ come le viene naturale. Le stesse Scarpette Rosse della favola di Andersen, quelle che fanno danzare fino alla morte la ragazza che non riesce a governarle, a comandare i suoi piedi, che sono il simbolo della sua libertà, portandola all’eccesso che l’allontana dalla sua vera anima.

Se ci si ferma un attimo a osservare, si nota che sono spesso donne quelle che avvallano pratiche contrarie alla libertà delle donne. Donne che giudicano altre donne perché non sono abbastanza donne secondo canoni generalizzati ma non necessariamente giusti – donne che infibulano altre donne, donne che torturano altre donne in nome della Jihad. Sono donne anche quelle che, con i propri piedi impazziti, magari tornano indietro dai loro carnefici. Donne schiave che lanciano la prima pietra contro proprie simili che cercano solo di liberarsi.

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