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Nessun luogo è (troppo) lontano

Giampiero Rappa/Mario Capaldini e Valentina Cenni/Anna VulliUno scrittore, un aspirante tale, una giornalista inviata di guerra, una psichiatra che non appare fisicamente ma se ne sente la voce nel suo programma radiofonico. La baita di montagna scelta dall’ormai ex autore di best seller Mario Capaldini in pochi giorni diventa fin troppo affollata, abituata com’era all’isolamento. Nessun luogo è lontano è lo spettacolo diretto e interpretato da Giampiero Rappa e con Valentina Cenni e Giuseppe Tantillo, in scena al Teatro Argot Studio di Roma fino al 21 febbraio.

Nessun luogo è lontano, dal punto di vista geografico ma soprattutto figurato. Perché non importa quanto cerchi di fuggire da tutto, prima o poi i tuoi mostri li devi affrontare. Lo dicono le favole, lo sottolinea la psichiatra e sorella di Mario Capaldini in radio. Dolore, paura e rabbia sono rappresentate sempre da mostri, spaventosi custodi di tesori. Per arrivare a quella ricchezza, che ovviamente è interiore, cosa fa l’eroe di turno? Scappa e si accontenta di mettere la polvere sotto il tappeto o si addentra nel lato oscuro per trovarsi faccia a faccia con il subconscio e districare la matassa?

Cappuccetto Rosso vista da Dia Octopus

Cappuccetto Rosso vista da Dia Octopus

Mario Capaldini è il classico scrittore misantropo, che tuttavia rifiuta ogni accostamento a J.D. Salinger, l’autore di Catcher in the rye (Il giovane Holden), la misantropia fatta persona. Dopo un “incidente diplomatico” alla serata di premiazione di una competizione letteraria, in cui Capaldini si rifiuta di ritirare il riconoscimento accusando le case editrici di decidere tutto a tavolino, il nostro protagonista fa terra bruciata attorno a sé: colleghi, editori, famiglia. Tutto dietro le spalle. Capaldini si trasferisce in una sorta di eremo di montagna, a pensare, coltivare, allevare galline che gli danno uova per le sue frittate quotidiane. Nonostante il ritiro e gli scarsissimi contatti umani, ridotti a zero dopo il litigio con i contadini unici “vicini” di casa, Capaldini riesce almeno a non impazzire, come un Johnny Depp in The secret window, per intenderci. Ma è cambiato, quello sì.

La sua quiete viene interrotta dalla giornalista Anna Vulli, reporter di guerra fresca di ritorno dall’Iraq e ora inviata speciale nella residenza di Capaldini al posto della collega della sezione cultura, giunta all’ottavo mese di gravidanza e dunque impossibilitata. L’intervista è stata richiesta da Capaldini, ma l’atteggiamento verso la Vulli è ambivalente. Non si fida di lei, specie quando scopre che è una “sostituta”, non si fida troppo del giornale, che ha il solo pregio di non pubblicizzare libri scadenti e stilare classifiche pilotate: è paragonabile al McDonald’s, vende, è apprezzato, ma di qualità discutibile. Tra alti e bassi il rapporto fra i due lascia intravedere qualche apertura di Capaldini al mondo esterno.

La Vulli, confidandosi, non sembra troppo diversa da Capaldini: dall’apparenza coriacea nonostante la giovane età, rivela le sue fragilità e paure. A suo agio in giro per il mondo a scrivere di conflitti, non vuole legarsi sentimentalmente, per poi chiedersi se invecchierà da sola, se ne soffrirà. Insomma teme “di diventare zitella”, come taglia corto brutalmente Capaldini. Ma finché lavora e riesce a farlo bene, può permettersi di non pensarci.

Siccome al destino sembra piaccia accanirsi e rincarare le dosi, Capaldini riceve la visita a sorpresa del nipote, figlio della sorella psichiatra con cui ha misteriosamente chiuso come del resto con tutti gli altri. Ronny è un ventenne aspirante scrittore, promettente ma con la tendenza “ad affrettare i finali”, sostiene Capaldini. Non sono brutti, ma non fanno crescere l’attesa, Ronny vuole chiudere subito, con impazienza e i suoi lavori ne risentono. Anche lui è pieno di problemi e ansie, che cerca di combattere con marijuana, pasticche e terapia per la gestione della rabbia – e qui si torna al drago delle favole raccontato dalla madre (e sorella di Capaldini).

Mister misantropia J.D. Salinger

Mister misantropia J.D. Salinger

Tre personaggi ben caratterizzati, una quarta “incorporea”, soprattutto una miriade di sentimenti positivi e negativi, che spaventano come un mostro e sono quindi da affrontare con la spada di un cavaliere senza macchia o col cestino da merenda di Cappuccetto Rosso, se si preferisce. I tormenti del protagonista che lo portano a omettere parti della storia, non si sa se per proteggere sé stesso o gli altri, così come quelli di Ronny, che non ha raccontato subito il vero motivo della visita. Non una semplice rimpatriata con lo zio che non vedeva da anni, ma almeno lui l’orgoglio prova a superarlo. E i dubbi e sospetti di Anna, che vuole capire, abituata com’è a indagare sulle persone, se Capaldini sia sincero o sia solo un furbo che chiede l’intervista per annunciare un ritiro dalla scrittura in modo da preparare il ritorno in grande stile, ché in tutto quel tempo il pubblico lo avrà pure dimenticato.

Se fino al 21 febbraio passate per Trastevere e volete farvi un giro introspettivo…

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