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Origins, Politics

Invasori con lo smartphone, le inesattezze su migranti e rifugiati

muro budapestEbola, crisi greca, accoglienza migranti. Certi argomenti per un paio di settimane sono martellanti, i cosiddetti trend topic nel linguaggio dei social, poi spariscono del tutto. Non perché siano risolti, ma perché l’attenzione cala, è fisiologico. Negli ultimi giorni l’ebola è stato debellato in Sierra Leone, la Grecia ha protestato per la proposta della Troika di tassare gli alcolici, comprensibile che l’interesse per queste notizie non può essere altissimo. E i migranti? Da quando è stata approvata la ripartizione dei richiedenti asilo tra Paesi dell’Unione Europea, in deroga ai regolamenti di Dublino che impongono all’aspirante rifugiato di rimanere nel Paese di prima accoglienza, sembra quasi che in Italia non arrivi o non ci sia più nessuno. O che la condivisione del problema abbia permesso all’Italia di scaricare tutte le responsabilità. Eppure non sono partiti nemmeno cento richiedenti asilo nel primo mese, sui 40 mila da ridistribuire in due anni. Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, ha detto che a questo ritmo “si finirà nel 2101“.

Da un po’ di tempo si parla solo dei grandi flussi che passano dall’Ungheria, dei muri magiari al confine con la Serbia, della tensione fra Slovenia e Croazia, della Polonia scivolata a destra con le ultime elezioni, dei naufragi fra Turchia e Grecia. Ora anche della Germania, che ha fatto un inatteso dietrofront sull’accoglienza dei siriani – rimbalzandoseli con l’Unhgeria e ripristinando di fatto Dublino – e dell’assurda proposta del candidato repubblicano Donald Trump di erigere un muro lungo tutto il confine tra Stati Uniti e Messico, perché “in Israele ha funzionato”. Non proprio il migliore degli esempi, quello portato dall’ex protagonista di The Apprentice. Sì, il gioco/talent arrivato anche in Italia con Flavio Briatore.

Da una parte meno si parla meglio è, se devono essere dette banalità ideologiche nella migliore delle ipotesi e falsità nella peggiore, alimentando la paura verso chi non si conosce. Dall’altra il problema è che si fa poco per combattere la disinformazione. Gli scontri di un anno fa a Roma fuori dal centro accoglienza di Tor Sapienza sono lontani, anche come tipo di clima per fortuna, ma in quell’occasione si è persa l’opportunità per smentire in maniera chiara e definitiva diversi luoghi comuni. Come se andasse ascoltato solo chi alza la voce.smartphone

La visione eurocentrica ha convinto che le migrazioni riguardino solo il nostro continente, ma a livello globale non è per niente così. L’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite su Rifugiati e Richiedenti Asilo, ha stimato in quasi 60 milioni i profughi nel mondo, l’86% di questi vive in Paesi in via di sviluppo. Non per scelta, ma perché sono i confinanti, dove è più facile arrivare. Libano e Giordania ospitano il più alto numero in rapporto alla popolazione (oltre un milione a testa), Etiopia e Pakistan sostengono gli sforzi maggiori proporzionalmente all’economia. Secondo i valori assoluti, Iran e Pakistan si dividono 3,5 milioni di afghani, la Tanzania ha oltre mezzo milione di persone proveniente dal Burundi, diversi Stati africani si spartiscono quasi mezzo milione di sudanesi, aggiungendo i somali si sfiora il milione. Mentre l’Europa ha ricevuto circa 600 mila domande d’asilo nel 2014.

Ma se sono tanto poveri da scappare dai loro Paesi, come mai arrivano con lo smartphone? Perché i modelli che hanno non sono gli ultimi usciti in Europa o America, costano l’equivalente di 100 euro, sacrificio sostenibile un po’ da tutti. Soprattutto quando in certi posti è l’unico o almeno principale strumento di sopravvivenza. Nelle economie agricole o di pastorizia è fondamentale informarsi sulle condizioni climatiche, per coltivare o portarvi le greggi. Da migranti poi gli smartphone servono per mantenere i contatti con le famiglie, capire come orientarsi con le mappe, tradurre lingue straniere. Non si fanno certo selfie o foto alle pietanze che mangiano. Anche perché…

Quindi la balla che ai migranti venivano dati 35 euro al giorno per non fare niente. I famigerati 35 euro sono quelli pagati dallo Stato e da fondi europei alle cooperative che gestiscono i centri, non vanno se non in minima parte (2,5 euro) agli ospiti. Lo scandalo appalti emerso dall’inchiesta Mafia Capitale ha mostrato come l’interesse a regolamentare e gestire l’immigrazione, con un’ottica di fenomeno strutturato, regolare e prevedibile, non ce l’aveva nessuno, sennò ci sarebbero stati meno finanziamenti mossi dall’emergenza. In molti centri per di più mancavano servizi come insegnamento della lingua e supporto alla ricerca del lavoro, è normale che molti rimanevano in giro per i quartieri a non fare niente.

Le proteste di Tor Sapienza

Le proteste di Tor Sapienza

Nemmeno a delinquere, almeno non con tassi più alti rispetto a quelli degli italiani. Il dossier 2014 dell’Idos ha riportato che le denunce contro italiani sono salite da 467 mila a 642 mila (+37,6%), quelle contro stranieri da 224 a 290 mila (+29,6%). Sempre numeri alti in proporzione, ma la maggior parte delle denunce si riferisce allo stesso status di illegalità. Incrociando poi i dati con l’andamento demografico, si scopre che la popolazione italiana è diminuita, al contrario di quella straniera, praticamente raddoppiata dal 2004.

Non è bello considerare le persone dal punto di vista economico, come costo o peso per la società o al contrario come risorsa per il solo profitto. Premesso questo, si può rispondere anche a chi sostiene che sì, i 35 euro non vanno ai migranti, ma sono una spesa per lo Stato. Mafia Capitale ha evidenziato gli sprechi, ma l’Italia di fronte a uscite per 11,9 miliardi, ha visto entrare nelle proprie casse 13,3 miliardi da tasse e previdenza sociale, per un attivo di 1,4 miliardi.

Personalmente non faccio distinzione fra richiedenti asilo, profughi e migranti economici, scappare da una siccità o vivere in un’area dove l’economia è inesistente non credo sia meno grave che fuggire da un conflitto: si tratta sempre di vite a repentaglio. Ecco perché nell’articolo sono un po’ tutti accomunati, non è approssimazione. E no, i rom non c’entrano niente con tutto questo, visto che molti sono già italiani anche se non sembra.

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