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Processi mediatici, sempre una questione di tifo

173-0119212027-jury“La giuria ha raggiunto un verdetto?”. Tanti film e serie tv made in U.S.A. (più che Gran Bretagna) hanno scene di tribunali, serie o comiche a seconda della tipologia di quanto va in onda. Quasi sempre giocando sull’effetto che l’imputato può generare sulla giuria popolare, puntando sull’aspetto più antropologico e psicologico o semplicemente cercando di divertire. Comunque sembra un momento magari non fondante ma che prima o poi capita nella vita della maggior parte dei nipoti di Sam.

Il sistema giudiziario dei paesi anglosassoni è di common law, contrapposto alla civil law di derivazione romana. Semplificando, i primi si basano sui precedenti più che sulla tipizzazione delle norme. In pratica mancano i codici come i nostri civile e penale, ma a seconda di principi base e sentenze su fatti simili i giudici possono fare il loro lavoro. Poi c’è l’istituto della giuria popolare.

Dodici cittadini che seguono processi penali per concordare sul fatidico verdetto in base al quale il giudice emette la sentenza. Non è che il giudice sia un semplice esecutore, può esprimere le proprie opinioni prima che i giurati “civili” si riuniscano, gli fornisce un riassunto, dà istruzioni su cosa considerare rilevante o meno. In modo che ogni potere bilanci l’altro. I professionisti evitano che il popolo giudichi troppo di pancia, dall’altra parte la giuria popolare ha la funzione di limitare il potere giudiziario in un sistema leggermente diverso dal nostro equilibrio precario fra legislativo, esecutivo e giudiziario. Con alcuni accorgimenti che evitino un sentimento di empatia o di astio verso l’imputato, per affinità o contrapposizione di genere, etnia, religione, stato sociale o quanto può inquinare un ragionamento puramente obiettivo.

Una puntata di Porta a Porta su Cogne

Una puntata di Porta a Porta su Cogne

Anche l’Italia fa ricorso, ridotto, alla giuria popolare. Nei reati più gravi giudicati dalla Corte d’Assise e d’Appello, il collegio giudicante è formato da togati e “laici”, sorteggiati tra candidati con requisiti minimi: età fra i 30 e i 65 anni, godimento di diritti civili e politici, buona condotta morale, possesso della licenza media inferiore (Corte d’Assise) o superiore (Corte d’Appello). Tutti gli altri possono farlo davanti al loro programma tv preferito, ricostruendo con i cronisti di turno la scena del crimine fino a trovare il colpevole nello sport divenuto negli ultimi anni popolare quasi come il calcio, i processi mediatici. Italiani, da santi, poeti e navigatori ad allenatori (è un’altra storia ma il principio del tifo è uguale) e investigatori.

Meno male che il ricorso alla giuria popolare è ridotto, altrimenti chissà i danni. Wikipedia, la bibbia dei pigri, fa risalire la nascita dei processi mediatici al 2006, anno in cui il piccolo Tommaso “Tommy” Onofri, 18 mesi, fu rapito e ucciso. La tv segue casi di cronaca nera da quando è stata inventata. Ma appunto, prima seguiva. Si basava su fatti, riportava quanto accadeva in aula o quanto dichiarava la polizia. Punto. Non faceva congetture, non organizzava tribune tra colpevolisti e innocentisti, persone che non hanno visto carte, indizi, testimonianze, nulla, guidate dall’istinto. Che poi a volte si indovini non vuol dire, certe volte la soluzione è palese. Ma siccome si è innocenti fino a provata colpevolezza, la colpevolezza va provata.

Raffaele Sollecito e Amanda Knox

Raffaele Sollecito e Amanda Knox

Il debutto del processo mediatico fu disastroso. Il padre di Tommy, Paolo, peraltro morto circa un anno fa a soli 54 anni, venne dipinto da tutti come un assassino probabilmente pedofilo, addirittura si parlò di satanismo. Finendo di rovinare una vita già segnata dal dramma della perdita del figlio. Ma lo spettacolo non si è fermato, perché per fortuna di omicidi ne abbiamo avuti ancora, quindi via a dividersi in fazioni, ognuno a dire la sua da detective improvvisato. Con media e spettatori a godere di questo circolo (e circo) di morbosità, a intervistare persone a caso, ad affibbiare fama sinistra a posti come Cogne (Annamaria Franzoni) e Perugia (Raffaele Sollecito, Rudy Guede e Amanda Knox), improvvisamente capitale della droga nemmeno fosse la Colombia dei vecchi tempi. A giocare a capire se “zio” Michele stava coprendo la moglie e la figlia nell’omicidio di Sarah Scazzi.

A volte valicando i confini. Che gli Stati Uniti abbiano celebrato l’assoluzione della Knox, perché la cittadinanza americana faceva automaticamente tifare anche Hillary Rodham per lei (e sì, vale anche per l’Italia con i due marò), è storia recente. Altre volte te ne accorgi da solo. Era il dicembre 2010, un mese esatto dalla sparizione di Yara Gambirasio. Stavo ad Amsterdam, in un una nota catena di fast-food che come marchio ha un clown il cui nome Ronald fa rima con il cognome. Chiacchiero con un inserviente marocchino che quando gli dico che sono italiano mi chiede: “che fine ha fatto la ragazza, quindi?”. Lì per lì non capisco, poi mi spiega del connazionale coinvolto, incastrato da una traduzione – che in seguito risulterà errata – e ricollego i pezzi. Per deluderlo con una risposta tipo “non so, non seguo molto la cronaca nera”.Forse sperava che parlassi dell’innocenza di Fikri, almeno non ho attaccato i migranti che non solo ci rubano il lavoro, ma ci ammazzano anche le ragazzine.

Perché che si tratti di calcio, politica o processi, c’è sempre qualcuno da tifare.

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