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Maam, meglio optare per la Luna

Cortile esterno. Due donne lavano i tappeti. Sullo sfondo le donne che guardano dalla serratura di Alina Vergnano a fianco a quello di hope/gig - Foto di Giuliano Ottaviani

Cortile esterno. Due donne lavano i tappeti. Sullo sfondo le donne che guardano dalla serratura di Alina Vergnano a fianco a quello di hope/gig – Foto di Giuliano Ottaviani

All’inizio della convivenza dentro Metropoliz, la città meticcia di Tor Sapienza, si discuteva spesso: “tutti volevano sapere tutto”. Adesso invece, siccome ogni opera del Museo dell’Altro e dell’Altrove sorto al suo interno, “è come una tessera di un mosaico, anche se un pezzetto non lo senti tuo, è un pezzetto di diversità nel corale che accetti”, spiega il direttore artistico del Maam e antropologo Giorgio De Finis. Nell’attuale periodo artistico post-Space, dopo sei anni di occupazione e creazioni, la scatola bianca non c’è più, rispetto agli altri musei che rimangono tali, ora al Maam “devi inserirti, agganciarti, farti suggestionare, il dialogo tra ogni artista è molto forte, tanto che le opere si confondono, si contaminano, fino a chiederti se sono opere o no, le dimensioni possono essere enormi o minuscole, e non ci sono etichette perché si vuole rimanere nell’ambiguità della complessità”. Concetto importante, “perché nella vita non c’è niente di semplice”. Così le assemblee settimanali, fulcro del processo decisionale, si sono ristrette ai residenti direttamente interessati. Che a seconda della personalità sono più o meno attivi nel funzionamento della comunità.

Uno di questi è Mustafa, coordinatore delle attività pratiche, dalla gestione del ristoro all’arrivo di materiali. Viene dal Marocco dove torna spesso perché legato a un movimento berbero che riproduce il modello del Maam nel Maghreb. “Ci sono diversi palazzi reali abbandonati a Marrakech. Generiamo lavoro e la gestione collettiva delle finanze spinge molti marocchini a tornare in patria”. Il principio della convivenza è l’auto-sostentamento, spiega Sara, di origine peruviana: “senza sprecare risorse all’esterno si fa il massimo qui. In ogni angolo c’è il cuore di tutti, vogliamo rimanere perché ci sentiamo liberi nella nostra città meticcia, facendo una vita normale”, concetto ripetuto da più voci.

Blocchi metropolitani, migranti, bambini, rom, artisti, mondi che potrebbero essere distanti anni luce, hanno trovato qui un equilibrio inatteso. Nello stesso quartiere, Tor Sapienza, lo scorso novembre l’atmosfera è stata pesante per la rabbia dei cittadini sfociata in azioni di guerriglia di fronte al Cara (Centro Accoglienza Rifugiati e Richiedenti Asilo) di viale Morandi, con i suoi ospiti accusati di vandalismo e microcriminalità. Ad un chilometro di distanza la situazione è all’opposto.

Ingresso. Il concerto per archi e voce di una parte dell’Orchestra di Piazza Vittorio di fronte alla folla di visitatori. Festa del secondo Rebirth Day, solstizio d’inverno e anniversario della nascita del Maam (21-12-14) - Foto di Giuliano Ottaviani

Ingresso. Il concerto per archi e voce di una parte dell’Orchestra di Piazza Vittorio di fronte alla folla di visitatori. Festa del secondo Rebirth Day, solstizio d’inverno e anniversario della nascita del Maam (21-12-14) – Foto di Giuliano Ottaviani

“Non vogliamo far abbattere un pezzo di storia che ha dato lavoro a centinaia di residenti di Tor Sapienza”, spiega Irene dei Blocchi Precari Metropolitani che hanno contribuito all’occupazione dell’ex fabbrica Fiorucci, “siamo consapevoli che il territorio è una risorsa. Nei Cara parcheggiano persone in attesa di documenti, che non possono quindi lavorare e relazionarsi con chi hanno di fronte. La conoscenza è fondamentale per superare i pregiudizi”. Sulla stessa linea Sara: “quello che è successo al Cara ci dispiace, ma non abbiamo mai avuto paura che sarebbe accaduto anche a noi. Nel quartiere sanno chi siamo, che facciamo, quali sono le nostre lotte.”

Durante l’ultima festa, quella del solstizio di inverno concomitante al Rebirth day pensato dall’artista Michelangelo Pistoletto (21.12.14), il Maam sembrava proprio vivo. Girando nello spazio esso prendeva forma di minuto in minuto, affollato di persone indaffarate in vario modo, tra bambini intenti al nascondino, artisti in performance o in creazione sul momento, gente in cucina, altri a tavola, fotografi, panni appesi, opere in casa, cameraman, musicisti, curiosi. La mattina una visita guidata ti portava in un futuro, il 3014, già presente e anche un po’ passato, dove in ogni angolo un pezzo itinerante dell’Orchestra di Piazza Vittorio suonava archi mentre la voce dolce di una soprano cantava.

Sara, la responsabile della cucina - Foto di Giuliano Ottaviani

Sara, la responsabile della cucina – Foto di Giuliano Ottaviani

È ora di pranzo, la cucina si affolla di gente sotto trofei di caccia in versione innocua, morbidi come peluche, opera pop di Francesco Melone. A occuparsi del cibo c’è Sara, che descrive e consiglia i piatti. Quello misto di riso, pollo, manioca e verza, ti porta a metà strada tra il Sudamerica e il Nordafrica, lei dice che “i piatti meticci aumentano il coinvolgimento”. Lucica invece è alle bevande e se le chiedi com’è la convivenza dentro Metropoliz, ti dice che “per i rom è uguale”. “È bello imparare le tradizioni degli altri, si litiga anche, ma è quello che accade in tutte le famiglie”. All’inizio l’idea di vivere in un museo le era sembrata strana, “pensavo che non ci sarebbe mai venuto nessuno, invece!”. Meno entusiasta la figlia, che come molti coetanei trova i musei poco divertenti, “non le piace studiare storia”, ride Lucica.

Sala delle bandiere. Bambini curiosi di fronte alla live perfomance degli Illimine Collective direttamente dall’Australia. Portrait #1, durata tre giorni è stata pensata per il Rebirth Day del solstizio d’inverno (21-12-14) - Foto di Giuliano Ottaviani

Sala delle bandiere. Bambini curiosi di fronte alla live perfomance degli Illimine Collective direttamente dall’Australia. Portrait #1, durata tre giorni è stata pensata per il Rebirth Day del solstizio d’inverno (21-12-14) – Foto di Giuliano Ottaviani

Nel pomeriggio è ora di altre performance, come Portrait #1 del collettivo australiano Illimine “un ritratto a parole” creato in otto ore di lavoro al giorno per tre giorni di fila, “una poesia estemporanea” che trasforma una lastra trasparente in un ammasso di parole scritte, dette e rielaborate in suono, che alla fine non si distingueranno più, “lasciando solo l’astratto e l’incomprensibile”. Irene ci confida che tra la gente si aggira anche la direttrice di un museo parigino che le ha fatto intendere che per lei tutto questo è normale. Normale occupare un luogo e farci arte. Poco dopo sentiamo dei botti, affacciati dal tetto guardiamo verso il cortile, quello con la L.U.N.A. di Massimo De Giovanni incastrata tra le travi, e scorgiamo dei bambini. Ma a guardar meglio c’è anche l’artista esplosivo (e ottantenne) Paolo Buggiani che gioca con loro prima di dar fuoco (e acqua) alla sua barca con le nuvole.

Il clima giocoso fa da sfondo a una legittimazione che c’è e non c’è. Anche se per un breve periodo la precedente giunta municipale aveva regolarizzato la situazione abitativa dei residenti, l’attuale amministrazione ha di nuovo cambiato le carte in tavola: “molti si sono accorti di non risultare più quando si sono recati all’Agenzia delle Entrate”, racconta Carlo Gori, artista e guida del Maam ogni sabato.

Carlo Gori durante la visita guidata del sabato nella stanza dell’opera di Danilo Bucchi, Il paese dei balocchi - Foto di Giuliano Ottaviani

Carlo Gori durante la visita guidata del sabato nella stanza dell’opera di Danilo Bucchi, Il paese dei balocchi – Foto di Giuliano Ottaviani

“Non abbiamo pressioni specifiche, ma quando si occupa è sempre un rischio”, dice Michela, studentessa di Architettura e braccio destro di Giorgio che, tra le altre cose, sta progettando di arricchire la “Piazza del Campidoglio” all’ingresso della città meticcia – che richiama il motivo pavimentale di Michelangelo – con una serie di panchine e sedute, altro stimolo per la socialità. Soprattutto le piacerebbe contribuire alla realizzazione di un laboratorio di falegnameria che possa dare lavoro, un altro ingranaggio di fattività all’interno della fabbrica.

Così si comincia ogni giornata sapendo che potrebbe essere l’ultima, che le ruspe possano intervenire per restituire alla Srl Salini la sua proprietà. Che quel giorno sia oggi, domani, fra un anno o mai non si sa. Ma con la convinzione, per dirla come il direttore artistico, “che anche sotto sgombero avremo nuovi amici fra tutti quelli che sono venuti qui e hanno colto il valore del nostro esperimento”. Nihil difficile volenti, anche giocando sull’impossibile. “L’impossibilità di avere una casa e di chiedere la luna, e visto che sono entrambe impossibili… meglio optare per la Luna”.

(Alice Rinaldi e Gabriele Santoro)

P.S. Il 21 marzo 2015 è l’equinozio di primavera. Il Maam festeggia a ogni solstizio ed equinozio le sue nuove opere ed attività. Il gran giorno della Festa di PriMaamvera è domani! Qui l’evento facebook.

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