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Origins, Status

Il Mondo di mezzo, di corruzione, guerra fra poveri e altre amenità

terre di mezzoDimentichiamo l’u-topia e l’u-cronia – nel senso etimologico di “non luogo” e “non tempo” – del Signore degli Anelli e della sua Terra di Mezzo, l’aura romantica che accompagna le saghe, le lotte degli eroi contro “il cattivo”, nello specifico il Sauron bramoso di possedere l’Anello del Potere per il dominio totale di quelle lande. E non solo perché la parola “terra” è stata rimpiazzata da “mondo” di mezzo, ma anche perché il “cattivo” non è uno solo, anzi si è creato un “sistema corruttivo ramificato”, e non è dichiaratamente malvagio come Sauron ma si mimetizza fra le istituzioni. E tempo e luogo sono ben definiti: Roma, adesso.

Massimo Carminati è uno dei fulcri della vicenda nonché coniatore dell’espressione “mondo di mezzo”, inteso come luogo dove “si compongono equilibri illeciti tra il mondo di sopra, fatto di colletti bianchi, imprenditoria e istituzioni e il mondo di sotto, fatto di batterie di rapinatori, trafficanti di droga, gruppi che operano illecitamente con l’uso delle armi alle dimissioni di diversi esponenti politici”. Destra o sinistra non importa, svela Carminati, ex terrorista del gruppo eversivo neofascista Nuclei Armati Rivoluzionari, “tutti hanno bisogno del mondo di mezzo perché nella strada poi ci siamo noi, comandiamo noi”.

Altro elemento di spicco di questa “cupola” è Luca Odevaine, ex vice capo gabinetto della giunta Veltroni e capo della polizia provinciale di Roma, l’uomo inserito trasversalmente nel settore pubblico, in grado quindi di dialogare con chiunque. Ad esempio è membro del Tavolo di coordinamento nazionale – Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione presso il ministero dell’Interno. Ed è proprio sull’accoglienza migranti che questo sistema riesce a indirizzare ingenti flussi di capitali, in parte comunitari ma soprattutto italiani.

L'evoluzione di Carminati a "Guercio"

L’evoluzione di Carminati a “Guercio”

Qui entra in gioco Salvatore Buzzi, già condannato a 20 anni nel 1980 per omicidio doloso e graziato da Scalfaro nel 1994, a differenza di Carminati vicino agli ambienti dell’estrema sinistra prima e Pd poi. Il “redento” Buzzi, che oltre all’omicidio aveva sulle spalle il furto di assegni dalla banca dove lavorava, si era riscattato fondando nel 1985 la cooperativa sociale “29 giugno”, dalla cui costola sarebbe nato il consorzio “Eriches 29”, trascinato con Buzzi nello scandalo Mafia Capitale, sezione speculazione su migranti e rom. La sua frase intercettata “tu c’hai idea de quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno” è agghiacciante (anche per la grammatica) ma dà un’idea sulle proporzioni di un business che pilotava l’assegnazione di fondi e l’allocazione di risorse pubbliche. Il contatto Odevaine riceveva solo per questo 5000 euro mensili.

Secondo gli inquirenti “il sodalizio indagato” poteva interferire “nelle decisioni dell’Assemblea Capitolina per la programmazione del bilancio pluriennale 2012-2014”. Fra gli obiettivi dei finanziamenti, la gestione dei campi nomadi e i piani per i minori non accompagnati della cosiddetta “emergenza nordafrica”. Facendo un passo indietro, nel 2011 a seguito delle rivolte nella sponda sud del Mediterraneo – soprattutto Tunisia e Libia – gli sbarchi arrivarono alla cifra record di 63 mila. L’allora ministro dell’Interno Maroni varò un piano emergenziale per cui alberghi, palestre e quanto possibile veniva trasformato in strutture di accoglienza, fornendo ai proprietari 45 euro giornalieri per ogni ospite.

Salvatore Buzzi

Salvatore Buzzi

Risultato? Dibattito politico strumentalizzato, paura del diverso instillata nel cittadino con termini quale “tsunami umano”, spreco di circa 1,3 miliardi di euro nella gestione di risorse inadeguate. I centri di fortuna, quando non fatiscenti o sovraffollati, non potevano erogare servizi base come l’insegnamento dell’italiano o l’assistenza burocratica e nella ricerca di un impiego. Quindi, aumento degli abusivi, del degrado, della microcriminalità.

Prendiamo le ultime vicende di Tor Sapienza, bollate frettolosamente dai media come “guerra fra poveri”, cioè fra residente del quartiere periferico romano e gli alloggianti al centro richiedenti asilo. Probabilmente un’analisi attenta delle radici dei problemi, unita all’emersione dello scandalo, darebbe un quadro più imparziale e veritiero, senza cavalcare l’una o l’altra onda del buonismo o del razzismo mascherato.

Una serie di contraddizioni che partono da lontano. Solo per fare un esempio, nel 2007 un romeno del campo di Tor di Quinto uccise Giovanna Reggiani. Tralasciando la caccia all’uomo scatenatasi dai militanti neofascisti e ultras di Roma e Lazio – spesso le due cose non solo coincidono ma sono due facce di un’unica medaglia – il fatto di cronaca spianò la strada all’elezione a sindaco di Gianni Alemmano, grazie ad una campagna fondata sulla necessità di sicurezza delle strade e nemmeno troppo velatamente contro i migranti. Alemanno ora è indagato per associazione mafiosa con questo sistema. Non è una condanna, è vero, ma qualche dubbio, come sul suo Piano Nomadi, viene. 42 milioni spesi in tre anni per l’inclusione di appena 7 mila individui, ma spesi come?

Il solo campo di Castel Romano costa 5,5 milioni l’anno ma operatori e residenti denunciano la mancanza di qualsiasi intervento di manutenzione. In compenso Luciano Casamonica, nome che evoca criminalità organizzata a Roma, riceve 20 mila euro al mese per la sua presenza sul posto, con compiti non ben comprensibili. Mentre le segnalazioni sui malfunzionamenti, a partire da acqua e luce, non ricevono risposta, figurarsi pronti interventi. Anche se fatture (false) per lavori (mai eseguiti) da parte di ditte “amiche” risultano, eccome.

E pensare che l’associazione 21 luglio, dedita alla promozione dei diritti di rom e sinti, è dal 2010 che segnala un’inquietante relazione fra l’aumento della spesa pubblica e il peggioramento delle condizioni di vita delle comunità rom. Segregazione, allontanamento di famiglie per emergenze abitative, violazione sistematica di diritti umani, ampliamento di villaggi attrezzati in spazi privi di autorizzazione. Il tutto per un numero di persone che, per dirla come Riccardo Noury, direttore di Amnesty International Italia, “non riempirebbero una curva dello stadio Olimpico”. I costi gonfiati avevano spinto nel 2011 Alemanno a formulare al ministro Maroni la richiesta di un rabbocco di ulteriori 30 milioni, respinta al mittente perché “immotivata”.

Un'immagine del Cara di Mineo

Un’immagine del Cara di Mineo, fonte “Il fatto quotidiano”

Questo il volume monetario solo per i rom della capitale, ma ci sono anche gli altri migranti, quelli che rendono più del traffico di droga. Buzzi dal 2013 ha ottenuto 21 milioni dall’Unione Europea come commessa per il Cara (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Castelnuovo di Porto. Il centro di Mineo (Ct), il più grande d’Italia, garantirebbe almeno 70 mila euro giornalieri, la spesa di gestione è di quasi 100 milioni per tre anni. Il prefetto Mario Morcone stima in 700-800 milioni l’anno le cifre che girano intorno all’accoglienza, meno della metà provenienti dal Fami, fondo europeo per Asilo, Migrazione e Integrazione. Il resto è ovviamente a carico delle casse dello Stato.

Casse svenate anche e soprattutto dalle politiche di respingimento, ammontanti secondo quanto calcolato da Lunaria, associazione di promozione sociale, ad almeno 1 miliardo e 600 milioni di cui solo 281 milioni di provenienza Ue. Il grosso è relativo ai Cie, Centri di identificazione ed espulsione. Tanti soldi, tanti sprechi. È indubbio come i controlli costieri siano aggirati, gli sbarchi – che poi sono solo il 20% degli arrivi di migranti, l’80% giunge via terra – sono più che decuplicati in 10 anni e i Cie sono stati efficaci per meno della metà degli irregolari, 78 mila su quasi 170 mila gli effettivamente rimpatriati.

Manifestazione dei residenti di Tor Sapienza contro il centro di accoglienza

Manifestazione dei residenti di Tor Sapienza contro il centro di accoglienza

Eppure non sarebbe difficile ottimizzare le risorse. La situazione emergenziale dura da un ventennio, cioè dall’inizio dell’immigrazione consistente verso lo Stivale. Praticamente l’emergenza sarebbe in realtà condizione standard, se non fosse che l’eccezionalità delle misure garantisce più affari, più spartizione di soldi e potere decisionale, come tristemente emerso dall’inchiesta su Mafia Capitale. Cara e Cas (Centri di accoglienza straordinaria) sono praticamente privi di controlli, al contrario dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che, essendo organizzato in strutture più piccole, può assicurare un percorso individuale per i suoi ospiti e costa quanto i Cara e i Cas: i famosi 35 euro giornalieri che, non si sa per quale motivo, si pensava in maniera diffusa che venissero dati in mano ai rifugiati.

Ma per lo Sprar serve il beneplacito degli enti locali, perché da inserire nel territorio e non lontano dai centri abitati come i Cara e i Cas, e le istituzioni sono “recalcitranti ad ospitare rifugiati e richiedenti asilo”, spiega il prefetto Morcone, “ignorando le opportunità, perché  i migranti sul medio periodo si rivelano una risorsa, garantendo occupazione. In Calabria e Sicilia la gran parte dei posti di lavoro di questi ultimi anni è stata creata grazie all’accoglienza dei migranti”.

Tutto molto bello, ma verrebbe il sospetto – ad essere cauti –  che non renderebbe per qualcuno, farebbe bene “solo” allo Stato e quindi ai cittadini contribuenti, che siano italiani di nascita o non, magari decollerebbe una reale integrazione. Quindi si prosegue per slogan, frasi fatte che instillano il sospetto verso l’altro, che dividono e garantiscono il controllo sulla popolazione, che distraggono dalle macroquestioni. Che non scavano a fondo sulle radici dei problemi. E sì, continuiamo a parlare pure di guerra fra poveri, quando alle loro (nostre) spalle una ristretta oligarchia si arricchisce.

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