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Religions

Isis, take it easy

educ-small-supposed-to-be-us-arabs-web“Chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta e non abbia sparso la corruzione sulla Terra sarà come se avesse ucciso l’umanità intera e chi ne abbia salvato uno sarà come se avesse salvato tutta l’umanità”. Oltre ad essere una citazione del film Traitor, di Jeffrey Nachmanoff e con Guy Pearce, è un versetto del Corano, riportato nel corso della puntata del 6 ottobre di Piazzapulita in onda su La7 da un imam di Centocelle, periferia sud-est di Roma.

L’11 settembre non è stato solo uno spartiacque geopolitico che ha cambiato i destini di governi e intere popolazioni, ma ha alterato anche la percezione che l’uomo medio occidentale ha acquisito sull’islam e i musulmani, passati da commercianti scaltri a potenziali terroristi.

Scritte pro Isis a Roma

Scritte pro Isis a Roma

La stessa parola jihad, intesa comunemente come “guerra santa”, in realtà vuol dire tutt’altro, o meglio nell’ampio raggio di applicazioni che ad essa possono essere date rientra ANCHE il significato di “guerra santa”. Letteralmente si tratta di “esercizio del massimo sforzo” e nel Corano è usata in termini non bellici. Insomma, dipende dall’interpretazione che si vuole dare e la lettura in chiave “uccidi gli infedeli” appare come forzata, un pretesto per manipolare le masse sia da parte di gruppi terroristici per reclutare adepti che fra i fomentatori della paura, collante naturale fra le persone, che preferiscono bollare quello che non conoscono piuttosto che approfondire.

Bush e la "guerra al terrorismo"

Bush e la “guerra al terrorismo”

Altro fattore troppo spesso trascurato è la diffusione dell’islam, oltre un miliardo di persone che – migrazioni a parte – vanno dal nord Africa, all’Africa sub sahariana, al Medio Oriente, fino all’Asia centrale e all’Indonesia, il paese con il maggiore numero di musulmani. Non è solo la religione a formare un popolo, ma anche se non soprattutto la cultura di un posto. Così un senegalese sarà diverso da un egiziano, un arabo, un bengalese, un indonesiano, tanto quanto fra i cristiani i greci sono diversi dagli svedesi, dagli inglesi, dai sudamericani, dai russi. O un milanese da un siciliano e un pariolino da un borgataro, per entrare nel nostro microcosmo.

Ma si sa, semplificare è più facile, distinguere fra buoni e cattivi funziona, aggrega. Prendiamo l’Arabia Saudita. Da una parte è la nazione che ha dato i natali a Bin Laden e finanziato Al Qaeda, dall’altra è uno dei principali partner commerciali di Stati Uniti ed Europa. Da una parte intende intervenire in Siria ed Iraq contro la minaccia dell’Isis, dall’altra ne è fonte di approvvigionamento, sempre e comunque da parte di privati, sia chiaro. Perché in questi giorni re Abdullah Bin Abdulaziz ha ribadito la separazione fra islam e terrorismo, “organo in cancrena che non ha cura se non l’amputazione. L’islam è una religione di pace che si impegna nel dialogo e predica la coesistenza”.

L’Isis ha rimpiazzato AlQaeda – non debellata ma indebolita notevolmente – come spauracchio dell’umanità, come organizzazione che intimidisce al solo essere nominata. E sì, sono fondamentalisti islamici, spesso insospettabili perché cresciuti o educati in scuole ed università europee, ma non godono del sostegno del musulmano tipo. Nel documentario propaganda un seguace del Califfo Al-Baghdadi spiega: “i ragazzi sono gli unici che ci salutano e mandano baci, gli anziani ci guardano con sospetto”. Ovvio, gli esperti sanno cosa evitare, le menti ancora plasmabili sono attratte dalle promesse di gloria e soprattutto non vedono un futuro nella loro terra. E le responsabilità occidentali, in tutto quanto, sono innegabili: se Bin Laden fu addestrato dalla Cia contro l’occupazione sovietica in Afghanistan e Khomeini in Iran è stato instaurato contro lo scià che pensava di nazionalizzare il petrolio (poi andò peggio), l’Isis deriva dal vuoto di potere in Siria e Iraq, devastati da guerra civile una e da dieci anni di presenza di marines l’altro.10320362_868971703115103_6939422129088369864_n

Il che porta ad un quesito, un po’ una provocazione. Meglio dittature che lasciano un certo quieto vivere o ribellarsi ad esse col rischio che si scoperchi il vaso di Pandora? Saddam Hussein e Assad al-Bashar erano relativamente progressisti, laici, niente veli alle donne o minacce agli infedeli a meno che non fossero curdi, da pagare c’era il “piccolo” prezzo del libero pensiero – che pretese, queste popolazioni! Uno dei soldati di Full Metal Jacket, riferendosi ai sostenitori dei Viet Cong, diceva “poverini, preferiscono essere vivi che essere liberi”, di fatto la dicotomia si è riproposta. A parte che con Assad non si era né uno né l’altro, durante la repressione.

Assad&Saddam

Saddam&Assad

La parola “Stato Islamico” ora fa paura, forse più del contenuto, che ha assunto contorni drammatici. Ma di stati islamici già ne esistono, non solo nella penisola arabica. Così come esiste uno “stato ebraico”, Israele, uno cristiano, la Città del Vaticano, o qualunque Nazione di qualunque credo che ponga nella Costituzione una religione di Stato. Cioè anche l’Italia prima della riforma dei Patti Lateranensi nel 1984 aveva una religione di Stato, cioè era uno Stato Cattolico. Cambia la confessione, cambiava certo la sostanza, visto che non c’erano esecuzioni pubbliche contro “infedeli”.

Questo perché cambia il peso dato alle parole, di per se neutre o comunque non “cattive” o “violente”. Humpty Dumpty, il personaggio di Attraverso lo specchio di Carroll, le pagherebbe al “prezzo doppio” per avergli fatto fare un extra lavorativo. A volte basterebbe ponderare di più e connettere forma e contenuto fra loro, se anziché Stato Islamico il Califfato avesse avuto un nome “normale” come Siria, Iraq o Polonia avrebbe perso l’alone di ferocia? Forse no, ma non è certo, visto che la mentalità locale non è diversa dalla talebana, ma dire Afghanistan non fa sobbalzare sulla sedia così tanto. Nella speranza che il clima di efferatezze si plachi, per dirla come il cantante reggae Dennis Brown, Isis “Take it easy”.

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