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Mondiali: il best 11 dello stereotipo

Neuer e Schweinsteiger imparano a ridere

Neuer e Schweinsteiger in un sadico ghigno

Finiti i mondiali gli amanti oltre ogni logica di statistiche e numeri si sbizzarriscono nel dare vita a formazioni ideali o da incubo con i top e i flop della competizione, di lì giù a discussioni, ognuno avrà la sua da dire dall’alto dell’esperienza… da divano. Ma nessuno ha prima d’ora tentato di abbozzare la nazionale dello stereotipo, con quei giocatori che meglio di altri incarnano il pregiudizio della Nazione che rappresentano – o che al contrario ne esulano totalmente.

Senza badare troppo all’effettiva compatibilità in campo, una possibile selezione verrebbe schierata con il 3-5-2: il tedesco Neuer in porta, difesa con Lichtsteiner (Svizzera), Hosseini (Iran) e Yepes (Colombia), centrocampo con l’inglesissimo Gerrard, il tedesco Schweinsteiger, Vidal per il Cile, Arevalo per l’Uruguay e il belga Fellaini. Quindi attacco a due con il camerunese Eto’o e il portoghese Helder Postiga. In caso di infortuni, una riserva per ruolo: Julio Cesar (portiere brasiliano), Nagatomo (difensore giapponese), James Rodriguez (centrocampista colombiano) e Giovanni Sio (attaccante ivoriano). In panchina sarebbe interessante una combinazione fra l’aplomb tutto britannico di Hodgson e l’esuberanza del Messicano Herrera.

Precisando che niente di quanto segue va preso (troppo) sul serio – comunque nomi e Stati sono reali ed esiste anche un gioco chiamato calcio – il tedesco Neuer sarebbe perfetto nel ruolo di ufficiale nazista che guarda compiaciuto madre e figlio piccolo stipati sul treno per un campo di concentramento, occhi glaciali e capello corto biondo con riga da un lato – chissà perché i neonazisti hanno invece optato per la rasatura a pelle come le vittime. Ammirevole la sua concentrazione nei minuti finali di Germania-Brasile, quando sul 7-0 avrebbe preferito donare un rene che prendere gol,  cosa puntualmente avvenuta nel finale con seguente attacco di bile – speriamo la coppa poi lo abbia consolato.

Yepes colpito al petto dal cartello rivale

Yepes colpito al petto dal cartello rivale

La “riserva” Julio Cesar è invece l’emblema dell’emotività carioca, piange dopo i rigori che agli ottavi di finale qualificano il Brasile ai danni del Cile – non proprio un grande traguardo – piange dopo la scoppola dei teutonici, ma qui già si può capire meglio. La rivincita di chi è passato dalla Champions League con l’Inter alla serie B inglese si interrompe in semifinale, per Julio Cesar grande cuore ma un ruolo quasi inutile, prende gol praticamente ad ogni tiro e mai per colpa sua, nonostante le sette partite si può considerare non giudicabile.

Difesa Stephen Lichsteiner è un volto noto in Italia, prima con la maglia della Lazio poi con quella della Juventus da anni spinge sulla fascia destra come un motorino instancabile. Faccia da bambino della Kinder, questo svizzero senza età rispetta le consegne da bravo soldato. Per essere di un paese neutrale si concede qualche lamentela e sfuriata di troppo contro i guardialinee, ma dal punto di vista fisico non spaventerebbe nemmeno una nonna paranoica. La sua riserva ideale è il giapponese Nagatomo, stesse caratteristiche ma senza mai una protesta, da vero samurai. Sbaglia, ma grazie alla rapidità di un ninja rimedia quasi sempre, se lo si vede ancora in campo è proprio perché non è stato mai costretto a suicidi d’onore.

Arevalo quando è rilassato

Arevalo quando è rilassato

Da centrale vecchio stampo, Yepes ha puntato sempre sulla possanza fisica per costruire la propria carriera, che anche nel suo caso sarebbe potuta essere diversa: con i suoi 186 centimetri per 83 chili, Marione non sfigurerebbe come guardia del corpo di uno Scarface colombiano, dati anche i capelli lunghi raccolti con la coda e la barba non fatta. Aggiungendo una camicia sgargiante a maniche corte e sigaro non ci sarebbero più dubbi sul mondo di appartenenza… Per chiudere con le terze linee inseriamo Hosseini, più per coinvolgere anche il Medio Oriente che perché si sappia qualcosa su questo trentaduenne iraniano: la carriera semi-ignota è stata spesa tutta in patria, strano per un paese così aperto agli scambi internazionali! Ma è il fascino dei misteri da mille e una notte.

Centrocampo Per Schweinsteiger vale pari pari il discorso fatto per Neuer, tanto che i due, stufi di rientrare nel cliché, hanno improvvisato una samba in spiaggia durante la trasferta mondiale, giusto per scrollarsi di dosso l’immagine ingessata da teutonici. Nel balletto ci sarebbe stato bene anche Gerrard, faccia pulita da inglese che stravederà pure per la birra, ma è difficile da pensare senza tè e biscotti alle 17. Tanto per gradire dal 2006 è Cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico per meriti sportivi, alle straordinarie doti tecniche unisce disciplina e correttezza, tranne quando in finale di Champions contro il Milan, nella rimonta da 0-3 a 3-3, fu “scorretto” nell’essere così forte da portare la coppa a Liverpool praticamente da solo.

Altro europeo, per modo di dire già che le origini sono marocchine, è il belga Fellaini. Lui è l’opposto di ogni stereotipo, soprattutto del calciatore. Si narra che una volta sia stato visto correre, ma è solo una favola per convincere i bambini belgi a dormire. Ha i ritmi di chi si vuole godere la vita, per questo passeggia in mezzo al campo senza affannarsi, quella è più roba da fiamminghi. E con quel paracadute naturale di capelli ogni sforzo sarebbe inutile, l’attrito e la resistenza dell’aria vincerebbero – è anche uno che ha studiato fisica. Eppure piace, in qualche modo ha convinto addirittura il Manchester United a comprarlo, certo nel loro anno peggiore, ma sarà una coincidenza…

Giovanni Sio. No, non è di Napoli

Giovanni Sio. No, non è di Napoli

Spostandoci in Sudamerica due su tutti mostrano il volto dell’illegalità, l’uruguayano Arevalo e il cileno Vidal, ma con aspetti diversi. Il primo lo vedi bene in una rissa da strada, con il suo fisico quadrato (1.70 X 68 kg) e la precoce assenza di capelli, il secondo ha l’aria di chi vive di espedienti, capello zigzagato sempre con arabeschi diversi impressi da barbieri folgorati almeno quanto lui, faccia da amante dei nightclub e della musica latina, parenti con reali problemi di giustizia. Certo non è colpa sua, ci mancherebbe, ma fa strano sentire del padre di un calciatore all’apice del successo arrestato per spaccio di droga. Per fortuna la strada dello juventino è stata un’altra. La riserva è James Rodriguez, ma più che altro per il nome. Non solo ne è stato scelto uno anglofono – e passi – ma  viene addirittura pronunciato alla spagnola, quindi “hames” e non “geims”. Nelle Filippine è una prassi comune, per via della duplice dominazione iberica e statunitense, in Sudamerica pare stia prendendo piede, sia a Panama – colonia economica dai tempi del Canale – sia altrove, dove la sudditanza è (inspiegabilmente) culturale.

Il sobrio swatch del povero Eto'o

Il sobrio swatch del povero Eto’o

Non ti immagini un James colombiano, ancora meno un Giovanni Sio che entra in campo con la Costa d’Avorio, perdipiù francese di nascita e  svizzero per appartenenza di club. L’effetto visivo ricorda l’attore italo-afroamericano Giancarlo Esposito, reso famoso da Spike Lee, ma per Sio di italiano non risulta nulla nella discendenza diretta. Sarebbe un’ottima riserva di Helder Postiga, “premio alla carriera” per i centravanti portoghesi di tutti i tempi, da sempre utili come un semaforo a Gta. Se i lusitani non hanno mai vinto nemmeno l’Europeo in casa contro la modesta Grecia è perché le azioni di fantasisti fenomenali non hanno trovato finalizzatori. Nei suoi 6 mesi scarsi di Lazio non si è visto mai, nemmeno quando era effettivamente in campo.

Nota di demerito va a Samuel Eto’o, indiscutibile tecnicamente, meno sul carattere. Perpetuando lo stereotipo del “nero star del rap viziata”, il bomber del Camerun non solo ha preteso una suite da 3000 euro a notte separato dai compagni di squadra (ah, che bello fare gruppo!) ma è stato anche fra i “ribelli” che non volevano partire per il Brasile senza una preventiva definizione dei premi, con il soldo anteposto al piacere e l’orgoglio di rappresentare il proprio Paese. Con la ciliegina della foto, a trattativa conclusa, al suo orologio d’oro che indica l’ora di partire per i mondiali. Lodevole per le campagne antirazziste, certo, ma se a volte non dimenticasse di essere un privilegiato rispetto ai connazionali…

L'esultanza pacata di Herrera

L’esultanza pacata di Herrera

In panchina la gestione da schizofrenia di Hodgson ed Herrera. Il primo non è mai stato inquadrato in piedi, unico mister a non alzarsi nemmeno un secondo per scaricare la tensione. Forse da gentleman che non si scompone lo considera un comportamento inadeguato in pubblico. L’altro invece fa più facce di un Jim Carey sotto anfetamine. Fisico e capelli buffi, il buon Herrera non si vergogna di dare libero sfogo alla propria gioia tutta latina. Non c’è dubbio che sia l’allenatore che più di tutti al mondiale abbia ispirato simpatia.

Con una squadra e una guida tecnica tale la giusta fine sarebbero i lavori forzati toccati alla Corea del Nord dopo il deludente torneo nel 2010 (pesò lo 0-7 con il Portogallo). Ma solo perché le pene corporali capitate ai giocatori iracheni in pieno regime di Saddam Hussein sono definite inumane anche nelle prigioni libiche.

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3 pensieri su “Mondiali: il best 11 dello stereotipo

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    Pubblicato da Astrid | marzo 10, 2015, 10:34 am

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  1. Pingback: Verso Euro2016, la selezione degli stereotipi | In StereoType - giugno 6, 2016

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